Due compiti in due giorni (#24ore)

Io ho sempre pensato di essere normale. Cioè, quando leggo gli articoli sul burnout degli insegnanti passo oltre con sufficienza, come tutti quelli abbastanza miopi da pensare che se una cosa non gli è ancora capitata non li riguarda.

Però, ecco.

Giovedì mattina avevo quattro pacchi di compiti da correggere, due di fisica e due di matematica. Comincio da quelli dei piccoli, e non ci siamo. Ok. Ho passato quattro ore a mettere in bella copia le soluzioni del compito (scritte con gli editor giusti, passaggi spiegati nel dettaglio). Così poi carico tutto nel corso online, pensavo, e le creature rifanno, capiscono, seguono, recuperano. Poi ho fatto un po’ di prove di registrazione (scrivo e mi registro mentre spiego i passaggi) ma non mi hanno soddisfatto. Alla fine mi sono anche un po’ stufata, e ho cominciato a scrivere un po’ di appunti per i grandi. Morale, una decina di ore al computer. E meno male che a sorpresa all’ora di pranzo si è aperta la porta di casa e si è presentato il gentile consorte.

– Come mai sei tornato?

– Oggi è festa.

– Ah, sì. Però pensavo che tornassi stasera…

– Faccio la crema.

– Papà, ma perché non fai il pasticciere?

Ieri ho ripreso in mano i maledetti. Ma avevo perso tutte le voglie, oppure ho pensato che avevo ancora davanti tre bellissimi giorni di ponte, che ha cominciato a fare freddo e le creature domestiche vanno ancora in giro con i calzoncini corti, e che la mamma è sempre la mamma, solo che purtroppo la mamma sono io. Quindi, ho concluso che tanto valeva preparare un po’ di lezioni di geometria (fare le applet con sempresialodato geogebra, fare un po’ di esercizi sulle dimostrazioni trasformati in cloze test). Ok, sono partite buone otto ore di lavoro, che brucerò in un paio di ore di lezione. Però ho anche messo a posto gli armadi delle creature. E mi sono fatta prestare un libro da mia madre perché ho letto un articolo che mi ha fatto venire in mente una cosa che ho sentito il bisogno impellente di ricontrollare. L’articolo era sui tablet, la cosa sugli alfa, i beta e il soma. Lei, come non parendo, mi  ha fatto notare che la rete è rumore di fondo, e sta producendo una generazione di precari che sanno di tutto un po’ ma nulla di qualcosa. Mi sono sentita in colpa: questo blog andrebbe chiuso.

Stamattina in due ore di lavoro sono riuscita a correggere quattro compiti. Ora vado a fare la spesa. Me ne restano solo altri ottanta, ce la posso fare.

Ce la posso fare?

Cacchio, se non è l’anticamera del burnout questo, cos’è?

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14 risposte a Due compiti in due giorni (#24ore)

  1. bianconerogrigio ha detto:

    Perché ti senti in colpa? I virgulti oggi sono come navigatori che di un arcipelago vedono solo le isole e credono che sia tutto lì. Senza fatica e lavoro le loro isole sono destinate a scomparire come l’isola Ferninandea. Colpa nostra? Colpa loro? Saperlo … ma è un problema da risolvere.
    Posso spedirti un po’ di crema? La mia non è buona come quella del consorte, ma mi sono specializzato in crema Bimby … 🙂

    • ellegio ha detto:

      Non mi sento in colpa, mi sento in prigione 🙂
      Per la crema, dovreste fare una gara, tu e il marito. La sua non è niente male, anche se fatta a mano…Io mi offro per assaggiare tutto.

  2. lanoisette ha detto:

    io però ti faccio una domanda (magari pretestuosa, perché tu lavori in uno scientifico e hai la clientela già un pochino selezionata): ma davvero poi i tuoi alunni vanno a rivedersi le correzioni e i passaggi del compito on line?
    no, perché quando io faccio la correzione in classe delle verifiche mi ascoleteranno si e no tre su venti…

    e quindi mi chiedo: vale davvero la pena?

    • ellegio ha detto:

      La mia *clientela* è selezionata non solo dal tipo di scuola, ma anche da una politica di orientamento molto selettiva (della serie: se non vi va di studiare ci sono tanti altri licei, la città è grande). In genere loro fanno tutto quello che gli si propone on line – anche quelli che studiano poco – perché siamo ancora cavalcando l’onda della novità del mezzo. Tra un po’ bisognerà cambiare qualcosa, per questo stavo pensando alle lezioni registrate, in parte perché voglio provare la classe flippata 🙂 ma anche perché li coglierei di sorpresa. Ma forse è troppo. Avere studenti ignoranti è logorante, ma anche averli bravi è molto faticoso.

  3. melchisedec ha detto:

    C’è di peggio in giro. Burnout? No, non credo.

  4. ildiariodimurasaki ha detto:

    Dirò due cose antipatiche, anzi le scriverò.
    1) le tecnologie sono al TUO servizio, non tu al loro. Usale se ti semplificano la vita, non se te la complicano. NON sei obbligata a stupire di continuo i ragazzi con effetti speciali. Matematica si è insegnata per millenni senza elettronica, e pure senza elettricità, ma in qualche modo vedo che son riusciti a insegnarla.
    2) Mi sembra comunque l’anticamera di un bell’esaurimento. Allenta il ritmo e abbassa il tiro, perché tu e loro dovete arrivare a fine anno, possibilmente in buona salue. Nel Contratto Insegnanti non è previsto il docente che stramazza sul percorso. Se è troppo faticoso per te, vuol dire che da qualche parte hai alzato troppo il tiro. Riflettici senza pregiudizi e prenditi uno stacco, per guardare la cosa dall’esterno. Anche se hanno tirato fuori la storia delle 24 ore la scuola NON è diventata una gara per far vedere che ne lavoriamo già 60. E anche i ragazzi hanno i loro ritmi, di cui dobbiamo tener conto. La scuola non è una trappola da film horror, è un posto dove si studia e si lavora. Non sempre volentieri, non sempre col sorriso sulle labbra, ma senza ammazzarsi, ché ai trapassati studiar non cale.

    • pensierini ha detto:

      Posso aggiungere il mio personale “I like”, a questo commento? Murasaki ha scritto proprio quello che penso anche io. Una sola aggiunta, da vecchia prof quale io ahimè sono: fa’ le cose nuove solo se divertono te, se ti sembrano interessanti e ti stimolano bei pensieri. Loro se ne accorgono, hanno le antenne, e ti seguono con interesse e partecipazione. Se ti vedono affaticata si stancano prima anche loro, anche se ti danni l’anima per svegliarli.

    • lanoisette ha detto:

      io continuo a sostenerlo: Murasaki ministro dell’istruzione!

  5. ellegio ha detto:

    Eh, ma il problema è che sono proprio le cose *nuove* mi divertono, altrimenti non le farei. Mai avuto la sindrome della crocerossina. Quello che mi diverte molto meno è correggere (molte) centinaia di compiti l’anno, che sono centinaia di ore di lavoro solo noioso.
    Quanto alla matematica, il fatto che si possa fare anche solo con carta e penna non vuol dire che non si può fare con pc e tastiera, né che venga peggio.
    Sul ritmo sì, credo che abbiate ragione.

  6. 'povna ha detto:

    Sottoscrivo anche io il commento di Murasaki, dall’inizio alla fine. Perché è qualcosa che applico anche a me stessa. Perché so che tendo a strafare. L’anno scorso, quando mi dannavo per supplire coi Pesci alle mancanze di Max Gazzè e quasi tutto il consiglio di classe, Barbie la preside mi prese da parte e mi disse: “E poi, si ricordi: non si salva il mondo da soli!”. E non è questione di nuove tecnologie che non servono, sai che le uso anche io. C’è che certe volte la scuola è lì anche a ricordare un tempo diverso, più lento, più calmo. E dunque anche qualche volta che usa il passato del cavallo anche quando puoi usare l’astronave. La differenza tra te e chi usa il cavallo per forza è che tu l’astronave la sai mandare, chi usa solo il cavallo no. E dunque scegli il cavallo. a volte. Non lo usi per forza, sempre.
    Secondo me Murasaki ha detto anche una altra grande verità sulla tempistica: se sono troppi i compiti da correggere per te, banalmente, sono troppi anche per loro a farli, anche se sono più di te. E insegnare delle volte può voler dire mettere da parte ciò che ci diverte tanto a favore di ciò che ci diverte meno, ma ci lascia interi.
    E la sindrome della Crocerossima ce l’abbiamo tutti sempre, consapevoli o meno (chiamala Candy Candy o Jane Eyre, cambia poco).

    Infine, sul blog. A me la metafora del rumore bianco (con buona pace di De Lillo), è sempre rimasta qui.

  7. laProfe ha detto:

    Qualche anno fa, un cnoscente mi disse: non sei mica onnipotente.
    Cominciai a tagliare sui corsi di aggiornamento (posso mica farli tutti), gli incontri con gli autori (pazienza), le mostre di qui e di là, gli articoli che-si-devono-assolutamente leggere, e così via.
    Sui compiti, sono una che si dimentica di essere sistematica, in quello, e lì dà soltanto quando ha bisogno di verificare davvero qualcosa, perciò mi lamento quando ne ho tanti, ma so che almeno di quelli non posso fare a meno.
    Sulla tecnologia, non sono del tutto d’accordo con quanto detto: vero che si può insegnare (ancora) anche con carta e penna, ma vero è che, con le nuove tecnologie, qualcosa in più ottieni (se non altro quell’iniziale interesse, curiosità e attenzione che, dopo, ti permettono di continuare anche con carta e penna). Il fatto è che, se vedo che, con le nuove tecnologie, ottengo migliori risultati, mi sento obbligata a usarle
    (però c’è il lato buono della medaglia: mi sono lasciata convincere a insegnare grammatica al volo, tutta insieme, per ora soltanto orale e con la LIM; abbiamo fatto 50 frasi in classe, niente compiti a casa, verifica tradizionale solo alla fine, con solo due insuff e gli altri tutti 7, 8 e 9 (e un dieci) 😀 Mi sembra neanche vero…

    • 'povna ha detto:

      Io non ho detto che non vanno usate, ma che possono non essere usate, è molto diverso. E lo dice una che il tablet in classe lo teorizza da ben prima di Profumo. Però per dire l’altro giorno eravamo lì con la finta Lim a fare storia ed Emil fa: prof. si rende conto che con lavagna e gesso, visto che ci costringe a stare attenti annoiandoci un po’ di più alla fine della lezione ci ricordiamo molte più cose, vero? Ed Emil non è un secchione ma un iperattivo che si sforza di diventare un ragazzo per bene. Come dire, delle volte sono loro stessi a ricordarci che gli effetti speciali, come i coloranti, sono fighi, però qualche volta anche basta.

  8. ellegio ha detto:

    Secondo me c’è un equivoco di fondo, che viene fuori quando parliamo di effetti speciali – lo faccio anch’io, ma è fuorviante. Proprio perché il mio compito non è stupire, ma usare quello che ho a disposizione per raggiungere gli obiettivi – didattici, uso questa parola che un po’ mi sta sulle balle – che mi sono posta. I coloranti se servono a far brillare i dolcetti perché così sono più carini sono effetti speciali. Se invece sono lo strumento che uso per indicare la strada da percorrere non sono effetti speciali, sono funzionali allo scopo. Su credo questo siamo d’accordo, una cosa è la lezione di storia con la lim e una cosa è la lezione fatta alla lavagna. Se però è una tantum, lo studente quadratico medio tende a non considerare la lezione con la lim una *vera* lezione, ma – appunto – una sorta di stacchetto pubblicitario, un’oretta di relax – oggi vediamo il filmino.
    Anch’io penso che se le nuove tecnologie mi fanno ottenere risultati migliori è meglio usarle. Il fatto è che, come per il libro di testo (a meno che uno non se lo scriva da solo è difficile trovare un libro che ci soddisfa completamente) così anche con le nuove tecnologie c’è un sacco di lavoro (di scelta, di assemblaggio, di produzione in proprio) da fare. Resta il fatto che certe competenze si acquisiscono anche solo con libro, carta e penna, ma credo che nessuno dica che le penne vadano abolite.

    (I compiti da correggere sono quelli che sono. Se mi attenessi al minimo previsto dal pof sarebbero comunque otto scritti e cinque relazioni di laboratorio all’anno per classe, le classi sono quelle che sono, sono piene come sono…)

  9. 'povna ha detto:

    A parte il fatto che l’esperienza della finta LIM mi sta convincendo del fatto che la lezione di storia tecnologia è più facile e divertente PER ME (che sono allergica al gesso, che sono asmatica, che adoro il computer) ma non è per niente più facile per loro (o meglio: forse è più facile, ma non è detto che sia un bene), io resto del parere che un docente tecnologico morto (di fatica) sia molto peggio di un docente meno tecnologico vivo. E infatti la strada da percorrere – il mito insegna – l’hanno indicato altrettanto bene assai prima di Pacman Arianna o Pollicino. Poi ovviamente vedi tu, ma a me il commento di Murasaki pare pieno di buon senso, e lo tengo buono innanzi tutto per me.

    Sul numero minimo di compiti annuali, minchia: nemmeno al Dante a Firenze o al Berchet a Milano (o al Parini) si richiedono quattro temi a quadrimestre e quattro versioni di latino. A questo punto, l’altro consiglio, spassionato, è forse quello di chiedere il trasferimento in una scuola che sia per te più congeniale, rispetto a quanto spesso hai descritto di questa (e, aggiungerei – sempre dalle tue descrizioni – un po’ meno inutilmente esclusiva e sussiegosa).

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