giusto per vedere se ancora mi ricordo

come si fa. Sì, mi ricordo. Più o meno.

Abbiamo registrato un’altra prima volta – la prima volta che la grande torna a casa di notte senza essere riaccompagnata da un adulto. Quando fantasticavo sui figli da grandi pensavo che queste prime volte sarebbero state notevoli, ma qui noto solo che sto annotando, perché poi quanto il futuro si presenta ha un aspetto abbastanza mansueto. E’ il presente che morde.

Il venerdì esco presto, ed ho la casa per me almeno fino a metà del pomeriggio. Il piano, oggi, era attaccare uno dei tre pacchi di compiti che devo smaltire durante il fine settimana, invece ho aperto un libro e il tempo è passato. A essere onesta, mi sono anche addormentata, troppo sonno arretrato ha preteso il suo tributo.

Tutto qui. Ma com’è baciarsi sulle panchine umide, quando i piedi si ghiacciano e le guance scottano, chi l’ha dimenticato?

 

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domenica

Ore 10.

10 km di corsa, il marito al lavoro già da tre ore, la figlia gialla in viaggio di istruzione – un modo soft per cominciare il liceo, beata lei. Gli altri che si svegliano pigri, e pigramente fanno colazione.

Il lavoro che non ti dà tregua, mail e whatsappini che si accavallano per metterti alla prova, aspettando che mandi il testo delle prove d’ingresso all’ambasciata o un’altra cazzata del genere. Per un anno volevo solo insegnare fisica, leggere romanzi, stirare e andare al cinema il venerdì sera. Possibilmente sola.

Non ce la farò. Mettiamoci al lavoro.

Quest’anno, complice un trasferimento inaspettato andato a buon fine, buon per lui, ho di nuovo sette ore in quinta. Sono miei da quando erano piccoli, ma non c’è mai stato un gran feeling. Una classe di figli di papà un po’ ipocriti e spocchiosi, ma il Grande Capo ha deciso che non potevano restare orfani l’ultimo anno e non ho trovato ragioni serie per dire no. Ok, mi stanno antipatici. Non mi fido. Pazienza.

Ho anche la mia quarta, altre sette ore che faccio molto più volentieri. Se non ci crolla il muro addosso, visto che l’altro giorno è nata una crepa preoccupante assai. Preoccupante quasi come quella tra i banchi dei maschi e quelli delle femmine: è bastata un’estate a riaprire una frattura che ogni anno, con pazienza, bisogna riempire di nuovo. Forse ci vorrà un altro viaggio. Non impossibile, dato che sono stati bravi assai e per Natale dovremmo esserci liberati dell’incubo dell’alternanza scuola lavoro.

Mi restano i piccoli a cui pensare, per loro giochi e trucchi di magia.

 

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breve elenco di letture agostane

prima di riprecipitare nel vortice, che incombe.

Io non so scrivere recensioni, posso limitarmi a dire se/che un libro mi è piaciuto o non mi è piaciuto. Ché poi d’estate uno magari legge in posti improbabili, in equilibrio su un sasso, sotto al sole cocente, in coda per l’imbarco, e cerca – io cerco – letture rilassanti e facili. Facile anche fare la pila dei sì, e dei no.

Il mio tablet vacanziero conteneva Dickson Carr, Connelly (per la lingua, eh), Primo Levi (da leggere di sera ai giovani, prima di tornare ciascuno ai propri libri, ma non mi reggeva la voce), King, e cose, diciamo, meno da ombrellone (avercelo, l’ombrellone), ma non riuscivo a trovare pace.
Ho comprato La Principessa di Ghiaccio, di Camilla Lackberg, nonostante avessi deciso di chiudere con i gialli svedesi, dopo Larsson e Nesbø. Nesbø è ricomparso in casa, per caso, nelle versione di scrittore per ragazzini. Quando Elle era piccola mia madre le aveva regalato Il Dottor Prottor e la superpolvere per petonauti. Mio padre si era perciò sentito in dovere di rilanciare con L’uomo di neve, non so se rendo l’idea. Bene, archiviato allora il Nesbø da grandi abbiamo finito quest’estate, col giovane Otto, la serie dei Nesbø da piccoli, e speriamo di non tornarci più.
Ecco, volevo dire che nonostante le esperienze giallosvedesi precedenti, niente di che, pensavo che anche Lackberg fosse niente-di-che, ma buona per quelle cose di sopra, il sole e la coda per l’imbarco. Invece, due palle, ché se evito il chick lit un motivo ci sarà.

Non so qual è stata la molla che mi ha spinto a prendere in mano Il seggio vacante, che dormiva da anni sul mio comodino, ma mi è piaciuto. Tanto da ripetere con l’edizione in lingua originale, mentre col nuovo HP non sono andata oltre le prime pagine (l’ho passato alla GG, che per ora è delusa).
Visto però che con la pila di libri in attesa sul comodino stava funzionando bene, mi sono dedicata a due filoni diversi.
Di Alessandro Perissinotto avevo già letto Una piccola storia ignobile, con piacere, quando lui era venuto a scuola per un incontro sulla lettura, un paio d’anni fa, ma mi ero fermata lì. Errore. Bello Le colpe dei padri, che affronta un pezzo di storia nostra collettiva (Roma non è Torino, d’accordo, ma insomma) in cui ci si getta con tutto il peso del riconoscimento,  dell’immedesimazione, ed è anche una sorta di giallo – la storia personale di Guido Marchisio – Ernesto Bolle ti tiene in sospeso fino alla fine.
Per una curiosa coincidenza, poi, mentre scoppiava la polemica sui burkini in Francia stavo leggendo Semina il vento, c’è una scena in cui Shirin difende una donna multata per il burkini e quello è l’inizio della fine. E’ tutto già successo, verrebbe da dire. E verrebbe da dire anche che sappiamo come va a finire, ma questo non ci impedisce di continuare sulla stessa strada, anno dopo anno. In ogni caso, altro libro consigliato.

Irene, di Pierre Lemaitre, invece, è un regalo del mio pusher, più recente. Bellissimo, con un avvertimento. E’ un omaggio aperto ai grandi del noir, per primi James Ellroy e Bret Easton Ellis – senza sconti: astenersi deboli di stomaco. Ho finito anche il romanzo successivo, Alex, e sto leggendo Camille.
Mi è arrivato oggi Ci rivediamo lassù – mi aspetto grandi cose.

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