A tutti voi del 18 da tutti noi del 17

C’erano una volta le cartoline di Natale. No, io non ne ho mai scritte, nè mai ricevute, ma c’erano e si mettevano sulla mensola del caminetto (mai avuto neanche il caminetto, il caminetto c’era a casa della nonna, la casa nel paese in mezzo alla neve).  E si contavano. Tante cartoline, tante amicizie, tanto onore.

E comunque, Natale è passato, e perfino quei giorni amorfi e senza  personalità tra Natale e Capodanno stanno finendo.

E’ proprio tutto il vecchio 2017 che se ne va: non il migliore che sia sia visto, ma neanche il peggiore.

 

 

Forse sono in tempo per gli auguri di buon anno, se qualcuno passa di qua.

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giusto per vedere se ancora mi ricordo

come si fa. Sì, mi ricordo. Più o meno.

Abbiamo registrato un’altra prima volta – la prima volta che la grande torna a casa di notte senza essere riaccompagnata da un adulto. Quando fantasticavo sui figli da grandi pensavo che queste prime volte sarebbero state notevoli, ma qui noto solo che sto annotando, perché poi quanto il futuro si presenta ha un aspetto abbastanza mansueto. E’ il presente che morde.

Il venerdì esco presto, ed ho la casa per me almeno fino a metà del pomeriggio. Il piano, oggi, era attaccare uno dei tre pacchi di compiti che devo smaltire durante il fine settimana, invece ho aperto un libro e il tempo è passato. A essere onesta, mi sono anche addormentata, troppo sonno arretrato ha preteso il suo tributo.

Tutto qui. Ma com’è baciarsi sulle panchine umide, quando i piedi si ghiacciano e le guance scottano, chi l’ha dimenticato?

 

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domenica

Ore 10.

10 km di corsa, il marito al lavoro già da tre ore, la figlia gialla in viaggio di istruzione – un modo soft per cominciare il liceo, beata lei. Gli altri che si svegliano pigri, e pigramente fanno colazione.

Il lavoro che non ti dà tregua, mail e whatsappini che si accavallano per metterti alla prova, aspettando che mandi il testo delle prove d’ingresso all’ambasciata o un’altra cazzata del genere. Per un anno volevo solo insegnare fisica, leggere romanzi, stirare e andare al cinema il venerdì sera. Possibilmente sola.

Non ce la farò. Mettiamoci al lavoro.

Quest’anno, complice un trasferimento inaspettato andato a buon fine, buon per lui, ho di nuovo sette ore in quinta. Sono miei da quando erano piccoli, ma non c’è mai stato un gran feeling. Una classe di figli di papà un po’ ipocriti e spocchiosi, ma il Grande Capo ha deciso che non potevano restare orfani l’ultimo anno e non ho trovato ragioni serie per dire no. Ok, mi stanno antipatici. Non mi fido. Pazienza.

Ho anche la mia quarta, altre sette ore che faccio molto più volentieri. Se non ci crolla il muro addosso, visto che l’altro giorno è nata una crepa preoccupante assai. Preoccupante quasi come quella tra i banchi dei maschi e quelli delle femmine: è bastata un’estate a riaprire una frattura che ogni anno, con pazienza, bisogna riempire di nuovo. Forse ci vorrà un altro viaggio. Non impossibile, dato che sono stati bravi assai e per Natale dovremmo esserci liberati dell’incubo dell’alternanza scuola lavoro.

Mi restano i piccoli a cui pensare, per loro giochi e trucchi di magia.

 

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