Dove si accenna anche al bidet, ma solo alla fine.

Le vacanze in casa ellegio vengono pianificate di solito seguendo un rigido protocollo.
Verso maggio il marito comincia a sondare il terreno:
– Che fai a giugno?
– ?!?
– Io andrei qualche giorno al mare, tipo la prima settimana.
– Io no. Sai, giugno … hai presente il lavoro che faccio? Noo?
– Ma quando è nata GG siamo andati.
– Eh, ma GG è nata a giugno, appunto.
– Anche quando è nato l’ultimo.
– Perché l’ultimo è nato all’inizio di luglio.
– Allora quando finiscono le lezioni.
– Ci sono gli scrutini.
– Vabbe’, io vado.
E parte, con figli al seguito.
Prima, però, torna alla carica.
– Guarda che devo decidere anche le ferie, ché sono già in ritardo e sono tutti assatanati. Tu quand’è che finisci gli esami?
– Non lo so.
– Più o meno?
– Boh.
Così passano maggio e giugno, che a scuola sono mesi intensi, e pure fuori.

In realtà, qualche timido accenno a riprendere il discorso vacanze viene fatto durante la famosa settimana di giugno. Egli è sereno e rilassato, e uozzappa improbabili proposte.
– Sidney passando per la Malesia?
– Ma una tranquilla gita in Scozia?
– No, fa freddo.

– Thailandia con sosta ad Abu Dhabi?
– La Bretagna non ti piacerebbe?
– Piove troppo.

Quest’anno siamo arrivati a fine giugno (ma sono capitati anni in cui nulla era stato deciso fino al giorno prima). Il 29: a Roma è vacanza, il marito è stranamente a casa e armeggia dietro alla tastiera.
– Ho trovato dei biglietti a prezzo ridicolmente basso per Tokyo. Li prendo?

E così, siamo partiti di nuovo per il Giappone, sette anni dopo la prima volta.

La prima volta, l’ultimo (allora lo chiamavamo ancora ototo, il fratello piccolo, e ototo era quando ho aperto il blog, un paio di mesi dopo) aveva tre anni – le sorelle, rispettivamente sei e nove. Il volo era stato lunghissimo, per via di una sosta notturna a Bangkok, con figli stralunati e aeroporto deserto. Ma eravamo ospiti di mio fratello a Nara, Okinawa, insomma una cosa tranquilla.
Stavolta perciò siamo partiti con un bagaglio di conoscenze minime ma essenziali:
prima di entrare nella vasca da bagno (meglio, ofuro) si fa la doccia. Fuori.
– non c’è speranza di parlare inglese. Ma gelato si dice aiscrimu e ascensore ereveta.
– bisogna tenersi pronti a togliere le scarpe, sempre.
– nei conbini vendono gli onigiri, polpette di riso ripiene, che in mancanza di altro possono sfamare l’ototo di turno. Le sorelle mangiano tutto.
– gli indirizzi. Scordati di andare in via Roma 27, o di cercare la 5th ave. Una mappa è fondamentale (sette anni fa non avevamo né tablet né connessione).
– il famoso wc giapponese.

Il resto era tutto da inventare.

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10 risposte a Dove si accenna anche al bidet, ma solo alla fine.

  1. romolo giacani ha detto:

    Ne avevo sentito parlare, c’è stata mia cognata e me ne ha decantato le incredibili comodità. Io però, sarò conservatore nell’animo, non rinuncerei mai al nostro tradizionale bidet!

  2. della complessità degli indirizzi ero a conoscenza. dei bidet, no. adesso mi chiedo come si possa vivere senza 😀 (scherzo, eh!)

  3. 'povna ha detto:

    Bellissimo, mi pare, questo itinerario (quasi) all’ultimo tuffo. E chi se ne frega del bidet.

  4. ildiariodimurasaki ha detto:

    In realtà l’oggetto esiste da una buona ventina d’anni, ma era nato per i disabili e ne sentii fare una descrizione incantata. Poi qualcuno deve aver pensato che non era giusto discriminare i non disabili, a quel che pare 🙂

    • ellegio ha detto:

      Infatti ne avevo sentito parlare assai prima del primo viaggio in Giappone, ma provarlo l’ho provato solo allora 🙂 Anche perché i modelli sono tanti …

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