punto e linea sul piano

Non è tutto oro quello che

La porta del GrandeCapo è sempre aperta. Ne approfitto.
– GrandeCapo, buongiorno.
– Venga prof, venga.
– Volevo raccontare del mio viaggio, riferire.
Il GrandeCapo si mette in modalità ascolto. Io racconto, la giusta dose di pettegolezzi, i giusti accenni perché a gennaio mi firmi le carte per ripartire con il progetto. Sono sette anni che lo rincorro, questo progetto, e ora forse sono riuscita a ottenere qualcosa di solido.
Il GrandeCapo mostra soddisfazione.
– Brava, brava.
Embe’, certo. Ci sono andata a spese mie, e con pacchi di relazioni al seguito, da correggere durante i coffee break. E il GrandeCapo ancora non sa che ho messo gli occhi sull’auletta degli studenti, devo pensare come appropriarmene, ormai la voglio. Vedremo.
Nel frattempo, registro ancora una volta con soddisfazione che esiste una comunità nazionale di insegnanti di fisica che è viva e attiva. Magari non molto numerosa, e senz’altro poco visibile, ma c’è. Ed è tanto.

On demand

La bidella entra in classe e mi consegna un foglietto. C’è scritto su “urgente”, e un numero di cellulare.
– La mamma del biondino. Dice che il figlio non può venire a scuola per farsi interrogare, ha avuto un problema. Chiede di essere richiamata.
– Ma anche no. Di sicuro non ora.
Alla fine dell’ora, chiedo spiegazioni.
– Prof, che le devo dire? Ha chiamato dieci volte, alla fine l’ho fatta parlare con il Vice. Ma ha continuato a telefonare.
Vado a chiedere al Vice.
– Dice che il figlio sta male e non è potuto venire a scuola.
– Mi dispiace, però non capisco lo stesso.
– Mi ha detto che voleva che tu lo interrogassi.
– E vabbe’, se fosse venuto lo avrei anche interrogato, ma ha una quantità di voti… Giusto per lui, ché non è che un’interrogazione all’ultimo momento risolva la situazione.
– Mi ha chiesto se lo interroghi subito al ritorno dalle vacanze. Le ho detto che comunque il trimestre finisce oggi.
– Infatti. E non ne farei un dramma.
– Allora mi ha chiesto se non potevate incontrarvi durante le vacanze di natale, così lo interrogavi con comodo.
No comment.

Tre mesi l’anno, più venti giorni a Natale.

L’occupazione, e il resto, ancora una volta mi catapultano dritta alla soglia delle vacanze di Natale con una marea di lavoro da smaltire. E dire che quest’anno avevo fatto di tutto per tenermi libera, in modo da dedicare queste due settimane al master. E invece nulla.
– Ti vedo stanca.
– Eh. In effetti.
– Ci credo, con tre figli.
Ogni volta che sento ‘sta frase mi sento in colpa. Perché in effetti i figli li seguo molto poco, a parte lo stretto necessario alla sopravvivenza materiale della famiglia tutta. Le lavatrici, le cene, qualche consulenza isterica sul moto dei gravi, ché la pazienza che ho a scuola la perdo appena parcheggio il motorino sotto casa. Per il resto, devono marciare con le loro gambe.
Insomma, i miei programmi natalizi prevedevano altro, e invece il lavoro bruto per la scuola mi perseguita.
Quest’anno poi.
L’ultima ora dell’ultimo giorno, mi accorgo che come coordinatore di classe ho delle incombenze aggiuntive per lo scrutinio di gennaio, e il giorno di Capodanno dovrò registrare tutti i voti del consiglio di classe.
– Ma lo devo fare proprio a Capodanno? E se non fossi una sfigata che passa le vacanze di Natale a casa? E se volessi comunque starmene in vacanza in un giorno che è di vacanza per (quasi) tutto il mondo?
Niente.
Ragioni tecniche.
Ma anche un tecnico vaffa, a questo punto ci sta tutto.

Avere nove anni – 1

– Dovresti spiegarmi la matematica con le lettere.
– E perché?
– No, così capisco.
– Be’, niente. Le lettere vogliono dire numeri. Per esempio, se devi risolvere un problema e ti serve di trovare un numero, la cosa che vuoi trovare la chiami x. Oppure y, o z.
– E se devi trovare cinque cose?
– Continui come ti pare, con la t, o la u.
– E poi?
– Invece, le lettere centrali dell’alfabeto di solito si usano al posto dei numeri interi, 1, 2 , 3…
– E i numeri decimali con tre cifre?
– Non hanno niente di speciale, tre o trentatre…
– …
– Insomma, fai finta di voler trovare un numero che sommato a 15 fa 34. Allora scrivi x + 15 = 34.
– x è 19.
– E questa è una equazione.
– Ma allora le equazioni sono facilissime.
– Ci sono anche quelle più complicate, con i quadrati, i cubi…
– Scrivimi un po’ di equazioni, così le risolvo.
– …
– …
– Ancora
– Basta, dai.
– Ma io mi diverto.

calvin_math_panel

Avere nove anni – 2

– Io ho uno stomaco organizzato.
– Uno stomacoche?
– Organizzato. Ho il posto per la carne, il posto per gli zuccheri, quello per gli schifi, quello per le verdure, quello per le proteine in generale e quello per i dolci.
– Ah.
– …
– Hai anche il posto per le cipolle?
– No. Per le cipolle no.

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16 risposte a punto e linea sul piano

  1. musicamauro ha detto:

    certo che è simpatico davvero! Dopo un paio di dichiarazioni così te le butti davvero dietro le spalle le pretese di farsi interrogare “con comodo” durante le vacanze 🙂

  2. the pellons' ha detto:

    E pazienza, se devi farlo a capodanno, pensa ai medici gli infermieri i poliziotti i giudici i pompieri etc, e vedrai che non è una tragedia. 🙂

    • ellegio ha detto:

      I giudici non mi pare. I medici ho sempre ben presente, sono una delle ragioni per cui. Quello che mi disturba è l’assenza di preavviso, l’obbligo a usare mezzi propri (se devo farlo per forza a Capodanno magari lo faccio a scuola, no? Così, se qualcuno deve pagare anche i bidelli per lo straordinario, si rende conto della cazzata), e, soprattutto, essere sempre e comunque quella che non fa un cazzo, e viene pagata di conseguenza.

      • the pellons' ha detto:

        Sul pagamento hai ragione perfettamente, è una ingiustizia. Sulla stima da parte del pubblico, hai ragione, pure i medici son considerati degli stronzi e basta. Ma è ignoranza. Perchè ti assicuro che esistono le reperibilità dei magistrati e che li ho dovuti chiamare anche a capodanno, metti per trasfondere un testimone di geova, e hanno dei turni di reperibilità. Una volta mi ha risposto la boccassini, per dire.

  3. roceresale ha detto:

    A me lo stomaco per le cipolle mi è venuto a trentanove. 🙂

  4. lanoisette ha detto:

    quando ti senti in colpa per i figli, pensa alle donne africane:
    in Africa ogni donna ha un numero esorbitante di figli: se non ha il pancione, ha un figlio attaccato alla tetta o sulla schiena o in braccio. ma appena il bambino è in grado di camminare, ciao, viene affidato alla cura dei fratellini più grandi (fatti a scaglioni di 2, massimo 3 anni). e no, non è che quello di 12 cura tutti, quello di 12 è adulto, quello di 10 cura quello di 8 che cura quello di 6, che cura quello di 4, che cura quello di 2.
    insomma, le donne africane hanno capito tutto: fanno otto figli, ma si occupano solo di uno alla volta.

    • ellegio ha detto:

      Diciamo che se potessero forse ne farebbero di meno. E se potessero scegliere consapevolmente se farne otto o farne uno/due mentre l’unica preoccupazione oltre ai figli sono i caffè con le amiche e il mercatino di Natale, non so cosa deciderebbero 🙂

      • Ornella Antoniutti ha detto:

        Più che le donne africane, a capire tutto sono gli uomini africani , per i quali evidentemente è importante dimostrare di essere abbastanza uomini da generare un figlio all’anno . Tanto poi sono le donne che devono darsi da fare a mantenerli e curarli e crescerli.
        Ma probabilmente il mio è ignorante pregiudizio , visto che l’Africa la bazzico tutt’al più in qualche documentario. Anzi , se per caso ne trovo uno per sbaglio, cambio canale .

        • ellegio ha detto:

          A parte qualche amica impegolata in progetti seri, anch’io la bazzico poco, per cui non so se i nostri riferimenti culturali valgono. A naso direi di no. Proverò a chiedere, finora ho sempre chiesto solo di scuole e ospedali…

  5. bianconerogrigio ha detto:

    No, mi spiace toglierti speranze. O e io abbiamo la stessa configurazione genetica e ci manca proprio il posto per le cipolle 🙂 Posso augurarti buone vacanze?

  6. laProfe ha detto:

    “a parte lo stretto necessario alla sopravvivenza materiale della famiglia tutta”

    Come capisco. E capisco anche i sensi di colpa.
    Soprattutto perché (@Noise) da me la sorella più grande non ce la faceva a seguire la seconda che aveva il suo daffare e non poteva proprio seguire quello più piccolo. In un ambiente che, giuro, in certi momenti mi sembra più pericoloso della savana.

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