Animalier

Quando, ad un certo punto della mia vita da adolescente, approdai al triennio del liceo (scientifico) mi capitò una professoressa di lettere assai brava. Ella era bionda, alta, magra, con splendidi occhi azzurri e belle tette. Cioè,  a uno di solito non verrebbe in mente di guardare le tette della prof – perlomeno, a me è capitato solo quella volta lì – ma si dà il caso che ella amasse mostrarle con vestiario all’uopo predisposto. Aveva anche belle gambe, e pure belle cosce,  da quello che si poteva giudicare dalle minigonne attillate e leopardate che amava mettere. Solo di recente ho imparato che, senza stare a pensare troppo se leopardo o tigre o pitone, c’è questa parola – animalier – che va bene per tutto lo zoo.

Ella amava anche il marito, e infatti ripeteva volentieri che era bello come Robert Redford. Aveva pure la foto con sé, e la mostrava volentieri  a ricreazione. Lo amava tanto che portava il suo cognome, cosa che in genere nella scuola non succede. O forse lo usava, il cognome, perché le piaceva.  Era poi, il cognome, quello del suocero, una personalità molto molto famosa e molto molto apprezzata nei salotti bene. Niente politica, no, solo cose intellettuali, e soldi, che non fanno la felicità però aiutano (cit.).

Oh, ella era brava davvero. Colta, veloce di lingua e di penna, ti incantava e aveva quel tanto di vanità che le impediva di resistere alla tentazione di sciorinare citazioni dotte incomprensibili ai più (in fondo, eravamo un manipolo di sedicenni) per il solo gusto di bearsi del proprio sapere. Poi, con noi, ritornava sui suoi passi e spiegava, cosa che sapeva far bene e volentieri, ma mi è rimasto il dubbio che invece con gli adulti amasse mettersi in mostra, esattamente come faceva con le sue minigonne ed i suoi tacchi.

A me piaceva. Mi piaceva come insegnava, mi piaceva imparare da lei, e mi piaceva questo suo atteggiamento forte, il suo essere bella e fascinosa, e usare la bellezza e soprattutto il fascino per giocare con gli uomini, da quei polli dei miei compagni di classe, ai suoi colleghi, e – immaginavo – i suoi ricchi e famosi conoscenti. Mi piaceva che se lo potesse permettere: in fondo, ero nel mio periodo più attivamente femminista e battagliero, quello dei cortei e dei collettivi e della scuola sono io e la vita è mia.

Ma se le invidiavo il potere che le veniva dalla cultura e dall’intelligenza – in fondo ero pur sempre la prima della classe – quelle minigonne e quei tacchi non sono mai stati né un obbiettivo né un modello, e nemmeno un desiderio. Forse è perché non ho avuto un’adolescenza da brutto anatroccolo, e le insicurezze tipiche dell’età erano compensate, anche se non ne ero troppo consapevole, dal codazzo di ammiratori. Ma, visto che poi nella vita ho sempre evitato come la peste atteggiamenti consapevolmente provocanti (niente pensieri, parole, opere e omissioni di vestiario, tranne una volta a una cena con i colleghi del futuro marito, e infatti ancora me lo ricordo) mi viene il dubbio che fin da allora quell’esempio abbia sortito l’effetto opposto. O forse dovevo leggere meno Desmond Morris, ché manco il rossetto sono mai riuscita a mettermi.

 

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42 risposte a Animalier

  1. pensierini ha detto:

    Mah, dovendo rapportarsi con adolescenti, io ritengo che siano consigliabili un abbigliamento sobrio e un atteggiamento non allusivo. Leggevo non so più dove che per i ragazzi l’insegnante è una figura paragonabile alla sorella maggiore, quando è giovane, e poi alla madre, quando la differenza di età cresce. Per lo meno, io ho sempre cercato di presentarmi così.

    • ellegio ha detto:

      Beh, io l’età per far da madre ai miei studenti ce l’ho. Ma spero di mettere sufficiente carne al fuoco perché abbiano ben presente che il mio ruolo – che ogni tanto vorrei che fosse d’esempio, perché no – non è quello. In fondo sono abbastanza grandi per arrivare a rifletterci su.

  2. romolo giacani ha detto:

    Certo l’insegnamento è davvero uno dei lavori più gratificanti che ci siano. In fondo hai sempre una platea, un uditorio che è lì per imparare da quello che dici. Può far perdere il senso della misura!

    • ellegio ha detto:

      Sì, può essere molto pericoloso. E non solo nelle situazioni più plateali, ma anche in quelle apparentemente nella norma. Gli adolescenti capiscono da soli diverse cose – voglio dire, riconoscono un insegnante che lavora da uno che tira a campare, per esempio, ma non hanno gli strumenti per capire se uno sta dicendo grosse cazzate, se sono dette con sufficiente sicurezza. A volte, non lo capiscono neppure gli adulti.

  3. musicamauro ha detto:

    fossi stato lì, a sedici anni, indubbiamente sarei stato uno dei polli. Ne avessi avuti qualcuno di più, invece, sulla minigonna ‘animalier’ avrei arricciato il naso (così come sempre più spesso avviene di fronte al binomio soldi + intellettuali)

    • ellegio ha detto:

      Eppure, con le minigonne ha costretto più di qualche pollo a mettersi a studiare sul serio 🙂
      A me l’animalier non piace nemmeno in formato burqua. Mi sembrerebbe di essere travestita da cavernicolo.

  4. iomemestessa ha detto:

    Bel post, ellegio. Credo in fondo (ma magari sbaglio) una risposta a certe considerazioni pelloniche e mie. Intanto. Intanto potrei già dire l’animalier, mai. Che non mi piace.
    Detto ciò, credo vi siano luoghi e ambienti. In una scuola il far tirare il … e l’atteggiamento allusivo li trovo fuori luogo. A titolo personale, e per quel che può valere, io, in privato scendo dai tacchi, per lo più. Che non mi tange alludere, men che meno far tirare. Nel professionale, è altra storia. Anzitutto, se ti vesti semplice semplice, da suorina laica, ti scambiano per quella che porta il caffè. E, con tutto il rispetto, dopo vent’anni d’onorato sfrangimento se mi scambiano per quella che porta il caffé mi irrito. Secondariamente, ho notato che più affermi con chiarezza la tua femminilità (che non vuol dire girare mezze nude) più dai l’impressione che te ne freghi del peccato originale (di essere donna). E, paradossalmente, ti rispettano di più. Ma ripeto, è questione di ambienti.

    • lanoisette ha detto:

      sottoscrivo e quoto.
      comunque, c’è genet che sull’erotica dell’insegnamento ci scrive libri.

    • musicamauro ha detto:

      io non ho frequentato solo scuole. Ma questa tesi, secondo la quale, per affermarmi professionalmente (essendo donna) io debba anche essere figa (vale a dire, uniformarmi al modello che si presume vincente in ambiente maschile e maschilista) non mi convince.

      • iomemestessa ha detto:

        Non ho detto essere figa, ma sentirmici, che è lievemente diverso. E non ho detto che sia un modo per affermarsi professionalmente, che per quello servono conoscenze e competenze, non certo l’abbigliamento. Però. Però in certe situazioni ed ambienti, comunque casual più di tanto non ti potresti vestire. Vestirmi da suorina laica, scusa l’onestà, mi deprime l’umore che si perplime già a sufficienza di suo per i contenuti delle riunioni. E comunque niente confonde di più l’uditorio maschile di una che con il modello maschilista ci gioca, non sentendo la necessità nè di invecchiarsi nè di vestirsi dimessa per sparire ed uniformarsi allo sfondo. Il fatto é che per giocarci (un po’, ovvio) col modello maschilista, è necessario avere conoscenze e competenze. E saperle esprimere in maniera inequivocabile al predetto uditorio. Altrimenti, è solo esibizione. In ultimo, ma questo sta nelle corde di ciascuno, occorre misura. Qui non si sta parlando di circolare mezzo svestite. Si sta parlando di quella (non proprio sottile) differenza tra il circolare mezzo svestite e il circolare vestite in modo che i presenti ti notino (e apprezzino) senza che per questo si sentano autorizzati a metterti una mano sul sedere.

  5. the pellons' ha detto:

    Urca, davvero tutto questo innervosimento ed excusatio non petita per una battuta mia? Ne vado quasi fiera! Di fatto, credo che come dice bebe iome ci siano momenti e momenti. Tu non mi conosci, ma puoi chiedere a chi mi conosce se io esco più di un giorno all’anno dalle clarks bucate o se mi trucco più che con una riga di matita: ma questo non vuol dire che sono intelligente per questo. E massima stima va per esempio al mio primario, donna di rara bellezza nonostante i sessanta, che con intelligenza e arte del far vagamente annusare riesce ad ottenere quel che serve all’ospedale, anche ad alti livelli. Non a lei, ma per un fine migliore. Infatti giusto lei quel giorno mi ha detto vai e cambiati, l’apparenza conta. Poi se mi fanno la standing ovation è solo perchè studio, e studio pure se qualcuno mi guarda il culo.

    • ellegio ha detto:

      Perché innervosimento? Ed excusatio de che?

      • the pellons' ha detto:

        Mi pare tu ti sia innervosita sulla risposta che sia io sia povna abbiam dato al tuo commento da me, ma se mi sbaglio e il tuo post è solo casuale, chiedo scusa!

      • ellegio ha detto:

        Ok, non mi ero accorta che c’era stato un prosieguo nei commenti. Rispondo a te e anche a iome che questa è la risposta alle vostre considerazioni sì, ma anche no. Sì nel senso che la mia vecchia prof mi è ritornata in mente ieri mattina, come effetto della lettura dei vostri post, e no perché poi ho continuato a pensarci per conto mio, perché questa cosa che a me non piace farmi guardare il culo mi rendo conto che mi differenzia da molte persone e molto diverse tra loro. Ma a me proprio non piace (farmi guardare il culo: vestirmi allo scopo di). Magari tu, Pellona, puoi pensare (se interpreto correttamente) che dipenda dal fatto che io sono brutta, o bacchettona, ma se ci campo io non vedo che fastidio possa dare agli altri. Non ho mai detto che non mi frega nulla del mio aspetto fisico, ma rifiuto, io, per me, le armi di seduzione di massa – mi sento peggio sui tacchi che con i sandali e i calzini.

        Quanto agli altri, per me possono fare un po’ come vogliono, giusto mi piacerebbe che ci fosse un po’ di tolleranza in più. Basta allontanarsi un po’ dall’Italia per rendersi conto che cose che da noi suscitano gridolini d’orrore sono vissute con molta più tranquillità. Risparmio la lista, dai peli sotto le ascelle agli abbinamenti di colore sbagliati. E mi piacerebbe anche che ottenere cose (dal rispetto personale alle risorse per un ospedale) non passasse per questo canale, ma qui magari c’è più strada da fare.

        • anonimosq ha detto:

          Quoto. Sei tipicamente scienziata, in questo.
          I meno vistosi, in genere, sono fisici, chimici e geologi: i primi, perchè hanno altro a cui pensare, i secondi, perchè a furia di rovinarsi i vestiti in laboratorio decidono un sano understatement e si vestono ai grandi magazzini, gli ultimi perchè a furia di strusciare tra le rocce, al massimo braghe sportive da roccia, appunto.
          E poi, diciamolo: come potrebbe mai uno come me far concorrenza in fighitudine alla pellona ? Neanche George potrebbe !

          Anonimo SQ

          • the pellons' ha detto:

            Beh, anonimo, e ellegio, c’è momento per l’understatement (insegnare penso sia uno di questi, ad esempio) e momento in cui no, c’è bisogno di far vedere tutte le proprie doti. Senza vergogna. Non sono nicole minetti, te lo assicuro. Ero molto bacchettona, ho smesso di esserlo, su me ed il prossimo. Però no, non sono d’accordo con anonimo che vuole sottintendere che un bravo scienziato non ci bada. Può darsi, ma se ci bada, non vuol dire che non sia un bravo scienziato. Guarda, mio cugino è un fisico con un elenco di pubblicazioni lungo una vita, è molto bello, e si veste bene, e fa bene. Le cose non sono mutuamente esclusive, that’s it. Altrimenti nel cliché ci caschiamo ugualmente, no? 🙂

          • anonimosq ha detto:

            @pellons
            A pello’, allora non riesco a famme capì !
            Ho conosciuto Chimici damerini e Geologhe gran signore, con fili di perle e diamanti e pellicce, che pretendevano la giacca e la cravatta dai collaboratori.
            Ma normalmente non è così, e questo volevo dire. E l’intelligenza e la capacità non c’entrano niente col vestito, e uno/a scienzato/a non li si giudica, nel bene o nel male da quesllo che indossano. Per dire: Roald Hofmann ai congressi gira in jeans, camicia e maglione. Giacca e cravatta al massimo per la sua plenary. Ma se facesse il contrario non cambierebbe il suo valore.
            Poi, nel mio ambiente, se una ti viene a colloquio o all’esame o a presentare ad un seminario con la mini e le zinne di fuori tutti pensano male, non foss’altro appunto per l’anomalia. Le aule ed i laboratori non sono studi televisivi normalmente.
            Poi uno esce a cena, e si mette tutto/a in tiro quanto vuole. Ma è un’altra cosa.

            Anonimo SQ

        • iomemestessa ha detto:

          Ecco, qui ti quoto io. Se vestirmi in un certo modo mi fa sentir bene, entro dati limiti (che son quelli dettati dal buon gusto, dal buon senso, dalla misura e non ultimo dall’età) mi vesto come ritengo più opportuno. Ma se vestirti in un certo modo, per te, è fonte di disagio, disagio che non discende dall’essere brutte o bacchettone, ma dal nostro modo di sentirci, il tuo punto di osservazione vale esattamente quanto il nostro. E sedurre, si può sedurre in molti modi. Con lo sguardo, con la postura, con le parole. Bastasse l’abbigliamento… E per tornare al tuo post. L’animalier, no. L’animalier, mai. e’ proprio urendo (oltre al fatto che involgarirebbe anche una treenne)

  6. Ornella Antoniutti ha detto:

    La mia professoressa di lettere fascinosa si chiamava Silvana. Dell’abbigliamento non ricordo molto , a parte gli stivali col tacco alto e la pelliccia o il montone portati negligentemente sulle spalle e poi buttati là , su una sedia qualunque , come cosette senza troppa importanza. Borse grandi , sempre ( forse in questo mi ha un po’ contagiata ) . Noi eravamo tutte ragazze di prima magistrale, uscite dalla vecchia media, ancora si portava il grembiule e pure il collettino bianco con fiocco a pois azzurri. Figuratevi che bel contrasto. Ci ha contagiato con la sua vitalità, le conversazioni su argomenti disparati, la sua preferenza assoluta per il Foscolo (romanticismo alla “sturm und drang”, per intenderci) rispetto al mitico pallido lamentoso Leopardi … Altro dei suoi insegnamenti non ricordo. Di sicuro di letteratura italiana ne sapeva ben poco.

    E ultimamente, ritrovandomi con due compagne di quegli anni, davanti a una tazza di te e pasticcini, abbiamo convenuto che sì , tutto sommato era un po’ tanto stronza.

    PS : sulla necessità di saper tirare ….. non mi esprimo. Ma la mia idea ce l’ho.

  7. ellegio ha detto:

    A questo punto ho bisogno di una adeguata traduzione dell’espressione “far tirare il cazzo”. Espressione che io, per me, per come sono nata e cresciuta e diventata adulta, e per come sto allevando la prole, trovo molto brutta. La fonte del disagio è tutta lì, in fondo.
    E’ nell’idea di inserire deliberatamente un elemento estraneo alla relazione professionale, ed usarlo come arma per ottenere vantaggi.

  8. ellegio ha detto:

    Voglio dire: qualcosa che non ha nulla a che vedere con il sentirsi belle, con lo stare bene con se stesse, con il piacersi.

  9. Ornella Antoniutti ha detto:

    Appunto !!!!

  10. Ornella Antoniutti ha detto:

    Eh , se posso aggiungere senza essere accusata di infierire, un elemento che non ha nulla a che fare con la Pedagogia e l’insegnamento, ma forse con un’altra professione ….

  11. melchisedec ha detto:

    Ritengo che a scuola sia necessaria una certa morigeratezza nell’ abbigliarsi e prendo atto che un buon trenta per cento delle colleghe sfodera tette con intimo visibile e deretano da pornostar da fare invidia alle veline( i ragazzi nel segreto dei loro pensieri le chiamano “pulle”); c’è poi una parte di colleghe sciatte e soltanto una decina di donne eleganti e raffinate, non sempre belle. Stendo un manto di pietà sui colleghi, soltanto uno è davvero elegante. Mi scuso per il lessico non certo da crusca. Penso che non ci sia una regola, ma ritengo che un po’ di buon senso e un minimo di consapevolezza del contesto in cui si lavora siano sempre utili.

  12. ellegio ha detto:

    L’abito fa sempre il lavoratore, dicono oggi qui.

  13. Ornella Antoniutti ha detto:

    Sì ho capito la tua idea. Probabile mi sia salita un po’ l’adrenalina… dopo aver letto altri commenti in altri luoghi. La tua precisazione e il commento che segue ristabilisce un tono moderato, per cui ringrazio l’autore!

  14. roceresale ha detto:

    Arrivo troppo tardi per un contributo intelligente, ho passato la vita a nascondere e insacchettare una certa parte del corpo perché tutti mi dicevano “dai a scuola non puoi, hai dei ragazzi”. Quasi quasi mi dico favorevole a una divisa anche per noi. In qualche commento avverto punte di cose irrisolte, punte di apparenza.
    Un filo di rossetto dietro il quale sorridere più spesso invece è augurabile.

  15. patriziavioli ha detto:

    Bellissimo post complimenti!
    Hai suscitato anche un sacco di reazioni interessanti 🙂
    Mi è piaciuto soprattutto, e ci avrei scommesso, il tuo essere prima della classe, e il fatto fichissimo che non giudicavi male la prof che sembra la protagonista de “La collega tatuata” della Oggero e anche un po’ una giornalista televisiva.

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