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Anche stamattina mi sono svegliata alle 6, prima che suonasse la sveglia, e dopo meno di cinque ore da quando avevo spento la luce.  Ho lavorato fino alle dieci, correggendo certe cose dei grandi da far paura (ne ho corretti quattro), rimettendo a posto le certificazioni dei crediti formativi (lavoro per il quale sono pagata extra, come coordinatore di classe: venti ore forfettarie per un lavoro che ne richiede almeno cinque volte tanto, va bene se l’extra è di un paio di euro l’ora), preparando la verifica per il ragazzino malato che non tornerà a scuola (prepara il materiale da mettere online per farlo studiare, organizza i compiti, mandagli messaggini di incoraggiamento, parla col papà che ti aggiorna sulla sua salute). Poi sono andata a scuola, dove sono rimasta fino alle 3 di pomeriggio, ho mangiato mezzo panino passando a casa, sono andata a vedere la mostra dei lavori della classe del figlio più piccolo, e poi al corso di formazione, fino alle 7. E ora sono di nuovo qui, a preparare le carte per gli stage estivi, e l’ultimo compito per la quinta – il decimo dall’inizio dell’anno solo in questa classe e questa materia.

Ed è da quando ho legato il motorino sotto scuola stamattina che una vocina dentro continua a ripetermi che basta così.

La vocina ha cominciato a dirmi che, se proprio volevo insegnare, potevo fare storia. Come la mia collega bassotta, che mangia panini con l’insalata a tutte le ore e un week end sì e uno no se ne va a spasso per l’Italia.

O filosofia, come LaSignora1 e LaSignora2, sempre in tiro, aperitivi e cenette e non hanno mai sentito parlare di Bolaño. Vabbe’, perché avrebbero dovuto.

Torna al tecnico, diceva la vocina. Lì si lavora molto meno, chettifrega di fare lezioni più fighe, non lo vedi che sei uno straccio?

E poi però mi sono resa conto che la vocina aveva un tono diverso. Che non mi va più, che ci sto mettendo troppo. Che non mi basta andare mezz’ora ogni sei mesi a vedere quello che combina mio figlio a scuola, che la sera voglio sdraiarmi davanti alla televisione, anche senza vedere nulla, che quelli che stanno come me sono tre o quattro in tutta la scuola, e gli altri non ti credono, non ti capiscono e non ti cagano.  Che arriva un momento in cui anche se un lavoro ti piace(va) non si può continuare a farlo contro tutti. Che se fai quello che va fatto e ti dicono solo a) chi te lo fa fare (i colleghi)  b) tanto sei un privilegiato e hai tre mesi di ferie (tutti gli altri) – ecco, forse il gioco non vale la candela.

E poi plink, mi arriva per mail una tesina da leggere. E poff, su fb un paio di esercizi da correggere e caricare sul sito. E plink, un’altra mail di una mamma che mi segnala un progetto molto interessante. Interessante per chi?

Mi sa che si chiama burnout. Eppure, non credevo che potesse capitare anche a me.

 

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20 risposte a ko

  1. Nuzk ha detto:

    La passione per quel che si fa porta a fare molto, forse troppo a volte. La vocina serve a riportarci alla realtà di quello che si può fare veramente a prescindere da quello che sono le nostre aspettative. Quando arrivo a limiti come quelli che descrivi, tendo a seguire quella vocina, non per “darci su” ma perchè di solito devo cambiare prospettiva, punto di vista e rimettere alcune cose al giusto posto. Buona giornata.

  2. Anonimo SQ ha detto:

    Cara LGO,
    quello che racconti io l’ho, parzialmente, vissuto, nbel + o – recente passato.
    E’ il risultato di una serie di fattori, secondo me:
    – viene un momento di lavoro straordinario (e magari ti piace pure farlo): ci sono scadenze straordinarie (il lavoro da spedire, le tesi da preparare e valutare, gli spettri difficili da fare e perciò anche di sabato e domenica etc), fai uno sforzo “eccezionale” per una situazione eccezionale.
    – Poi, passato il momento, ti accorgi che, per quelli che hai attorno, il livello di quello sforzo, visto che ce l’hai fatta, e ti piace fare il tuo lavoro, diventa il livello di prestazioni “normale” che devi tenere.
    – ovviamente ti si sventolano davanti le carote (incentivi vari, considerazione dei colleghi e degli studenti, la carriera che chiede le pubblicazioni etc). Allora ti organizzi meglio, tagli qui e là, e riesci a farcela + o meno stabilmente.
    – intanto devi pensare ai figli, seguirli a scuola (e + crescono + diventa impegnativo: ma come facevamo noi ai loro tempi, che ci arrangiavamo da noi, i ns genitori non sapevano neppure la scuola dove fosse, e siamo arrivati lo stesso dove siamo ?), anche perchè i tuoi colleghi insegnanti e maestri magari son presi esattamente negli stessi meccanismi: si chiama concorrenza/globalizzazione/miglioramento etc.
    – poi viene un nuovo periodo di scadenze eccezionali, ci vuole uno sforzo eccezionale, cv’è un concorso, un progetto, etc etc e si ripete quanto detto nei primi tre punti, con n iterazioni.
    – poi, al famoso concorso, per il quale hai lavorato per la tua gloria e per quella del tuo capo e dei collaboratori, ti ammettono (perchè hai le mediane sul numero dei lavori) ma poi ti trombano, perchè i tuoi lavori (anche se su prestigiose riviste) non sono in un settore di moda, e non hai le citazioni sopra le mediane, l’H non è sufficente etc. In più non sei responsabile di progetti europei , non hai contratti con aziende etc. In più non sei abbastanza giovane (ormai son 58) etc. Insomma, il mondo è cambiato, non te n’eri accorto ? No, eri troppo impegnato a fare quanto sopra.

    Conclusioni : non ne ho, ho superato il burn-out semplicemente ritirandomi delicatamente da un poche di robe, ed ho iniziato a pensare a cosa farò negli ultimi 10/20 anni che mi resteranno, e sperando di realizzare almeno un paio dei sogni di infanzia/adolescenza/giovinezza. E sperando che basti per procurarsi il paradiso.
    Dammi retta: comincia a pensarci quando sei giovane (come tu se, almeno di 15/20 anni rispetto a me), hai una vita sola da vivere, e agli altri che ti usano delle tue cose non frega nulla. Se non ci pensi tu, non ci penserà nessun altro, e ben pochi ti diranno grazie. Anche se da quei pochi ti verrà la soddisfazione che ti permette di tirare avanti con + pace nel cuore.
    Ciao, di cuore ! E buona vita !

    Anonimo SQ

    • ellegio ha detto:

      Il meccanismo è proprio quello. Uno sotto pressione prova ad organizzarsi in modo da far tutto, e poi quello diventa di routine. I miei colleghi almeno si fanno pagare extra, io devo essere proprio cretina se mi sembra poco dignitoso farlo.
      (ma davvero pensi che io abbia 38 anni? 🙂 )

  3. ogginientedinuovo ha detto:

    Non so come si possa fare a darsi dei limiti nel fare quello che ci appassiona fare, consigli non ne ho, teorie neppure. Ho molti dubbi come al solito. Però, forse, la vocina che comincia ad apparrti diversa nei toni, potresti ascoltarla. Perché alla fine la tua vita, tutta, è la cosa che conta. Abbracci.

  4. lanoisette ha detto:

    noi qui è un po’ che te lo si dice… – però se mi dici che insegnare storia o filosofia è meno pesante, m’incazzo, perché lo sai anche tu che non è il cosa ma il come (e di colleghe di mate che facevano il minimo sindacale ne ho conosciute a piene mani…)

    • ellegio ha detto:

      Be’, storia e filosofia sono materie orali, matematica è anche scritta, fisica è scritto, orale e laboratorio. E questo è un elemento oggettivo. Se contasse solo il come, ah, ci sono anche insegnanti di educazione fisica che fanno miracoli.

      • lanoisette ha detto:

        senza dubbio, le materie scritte comportano un impegno diverso (e che non lo so?).
        ma da quando fisica è anche scritta?

        • ellegio ha detto:

          Ufficialmente, dalla riforma. Ufficiosamente, da sempre (che senso avrebbe fisica come materia orale?).

          • ellegio ha detto:

            (Sì lo so che nel liceo scientifico tradizionale si è sempre fatta orale, anch’io al liceo l’ho fatta orale. In realtà, come se non l’avessi fatta, infatti).

  5. LaVostraProf ha detto:

    Il fatto è che io in terza insegno (soltanto) storia, e faccio fare verifiche scritte perché ci sono alcuni che senza quelle non aprono bocca (voglio vederli all’esame…), e ne preparo di tre tipi (semplificate) e poi (ma sono alla scuola media, può darsi che alle superiori sia diverso) preparo le lezioni differenziate perché ci sono alcuni ragazzini che imparerebbero, ma sul libro di testo normale fanno una fatica boia (ed è un bellissimo libro!), perché non conoscono le parole della storia anche più semplici.
    Poi, certo, ho un ex-alunno straniero, in prima superiore che periodicamente, quest’anno, mi ha mandato il suo libro di testo di storia e io gliel’ho semplificato piano piano, con disegnini, spiegazioni, eccetera.
    E, sì, gliel’ho fatto io perché la sua insegnante, evidentemente, si è limitata a interrogarlo…

    p.s.: che se poi qualche tuo alunno ha bisogno di qualche lezione di storia semplificata, quest’anno ho fatto dalla fine dell’impero romano al feudalesimo 😉

  6. pensierini ha detto:

    Frena, frena, finché sei in tempo. Rischi di sbiellare di brutto. Un abbraccio da chi c’è già passata e si è salvata per un pelo.

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