Non è un paese per

L’altro giorno ci è toccato andare alle poste per pagare un bollettino, non si poteva fare altrimenti. Poiché la legge mi vieta di lasciare la prole incustodita mi sono portata dietro (parte del)la truppa – e se è una dura prova per me ricevere il numero 385 mentre sul tabellone si illumina, a stento, il 247, figuriamoci per loro. Ma anche no, perché essi sono educati alla scuola svizzera, e possono restare in fila per anni senza mostrare segni di cedimento. Gli svizzeri li educano così, non si capisce perché dato che in Svizzera il massimo di coda alla posta che ti può capitare sono due persone e un cane, me l’ha detto la signora del piano di sotto che una volta è stata in Svizzera a pagare un bollettino.
Una tipa taccata e laccata davanti a noi, con una passione evidente per le ciuinghe rosa fragola  e le otturazioni in piombo, invece, si vede che alla scuola svizzera non c’era stata. Ha cominciato a urlare dentro l’icoso certi suoi fatti privati (?) che ora, con sommo dispiacere, ho rimosso. Però non sono sicura, forse in Svizzera le tipe taccate masticano la ciuinga e sbraitano nell’icoso, magari è una cosa che fa fine in tutto il mondo.
Mentre pagavo il bollettino, ho lasciato il figlio minore in riga ad aspettarmi. Non ti muovere di un millimetro! Però, ho dimenticato di ordinargli di non parlare con gli sconosciuti.
Gli sconosciuti sono stati alla scuola svizzera anche loro, e quando ho recuperato il figlio immobile, gli occhi gli si erano allargati a palla.
– Be’, che c’è? Puoi parlare!
– Un vecchio voleva sapere se sono andato a scuola e so fare i conti.
– E tu?
– Gli ho detto che so fare i conti.
– Avanti.
– Ha voluto sapere se mi avevano promosso, gli ho detto che mi hanno dato tutti dieci. Allora mi ha chiesto cosa mi avete regalato per la promozione.
– E allora?
– Ha fatto la lista: un tablet? Una pleistescion? Un aifon?
La madre, che sarei io, si mette a ridere. Il figlio ride pure lui, ma è un po’ perplesso. Forse gli è rimasto il dubbio che in Svizzera si usi così.
Un ringraziamento sentito a tutti quelli che hanno fatto dell’educazione dei figli altrui la propria missione.

Chez nous funziona così, che uno finché è piccolo va a scuola e la promozione non è il ticket per premi extra. Questa cosa del premio l’hanno introdotta i nonni, fa parte del pacchetto lasagne alle feste comandate.
E così mia madre ha promesso a tutti i promossi un pomeriggio ai Musei Capitolini.
Io mi sono aggregata, anche se nessuno mi ha promosso (né invitato).
– Vi accompagno, poi ci separiamo e mi vedo la mostra in pace.
Però, tolto il sole e i centurioni finti, un po’ sembrava quasi la Svizzera. No, cioè, la Svizzera no ché lì come ti muovi ti pelano vivo, diciamo uno di quei paesi civili dove i bambini nei musei pagano il prezzo ridotto, solo che ora non mi viene il nome. Ma sono sicura che un paese così al mondo ci deve essere, è per questo che quando possiamo ci rimettiamo in moto per cercarlo. La speranza è l’ultima … Insomma, fatto sta che abbiamo pagato 20 euro in cinque, cosa che non succedeva da eoni.
E dopo aver sollevato terre, trainato navi, prosciugato fiumi, pesato corone, un tipo sorridente ci ha fatto notare che, se i bambini erano stanchi, era opportuno conservare un po’ di energie perché all’ultimo piano si sarebbero divertiti ancora di più con certe cose da fare con le mani, pensate apposta per loro. Falso, perché al terzo piano c’erano diversi adulti, mamme soprattutto, che giravano leve, tiravano corde. Una, perfino, si pesava la borsa. Urla di giubilo:
Ehi, pesa duechilietre! … Ehm, vabbe’.
Ci siamo messe a ridere, visto che non c’era nessun criticone in giro.
(E mo’ chi glielo spiega a Enrico Giusti che con la matematica si divertono anche i grandi?)OrologioAcqua

(Riproduzione di orologio ad acqua, ad opera di nano. Ché non sia mai che un bambino venga lasciato a divertirsi e basta: bisogna sempre interrogarlo, dopo)

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16 risposte a Non è un paese per

  1. LaVostraProf ha detto:

    Dalle nostre parti,quando qualcuno è promosso e chiede che cosa gli regaleremo, si usa rispondere con frase nonnesca: “t’è fai la part del tò duèr!”
    (devo tradurre?)

    Ricordo una mostra al palazzo di Re Enzo, a Bologna: io e il maritino a visitare quella su Linus e compagnia, i figli a strillare in certi imbuti per far muovere un sottomarino alla mostra sull’energia o tentando di comunicare alla rovescia al di qua e al di là di un pannello 🙂

    • ellegio ha detto:

      Credo di aver capito anche senza traduzione 😉
      Comunque, alla mostra di Archimede c’erano anche due grandi specchi parabolici che riflettevano il suono, e dato che da qualche giorno in questa casa si parla in rima, sono stati testati in tutti i modi possibili. Il fascino di dire porcheriole in pubblico, senza che nessuno di senta tranne il destinatario…

    • musicamauro ha detto:

      OT ed io che pensavo che NostraProf fosse alle Maldive 😉

      • LaVostraProf ha detto:

        [OT] La prof Presidenta ha fatto mille chilometri in tre settimane e sta finendo le relazioni finali e un corso di aggiornamento e le ultime forze. E nemmeno serve per dimagrire 😛

  2. lanoisette ha detto:

    anche chez moi i regali per la promozione non si sono mai usati. forse solo per l’esame di V elementare, di III media e per la maturità.
    e uno di quei paesi civili in cui le famiglie con bambini pagano ingresso ridotto è l’Irlanda (forse perché loro ne hanno sempre sfornati tanti). e comunque io comincio a credere che quello dell’educazione sia un circolo virtuoso: paese civile con le famiglie = famiglie civili con i compaesani

    • ellegio ha detto:

      Purtroppo, in Irlanda se voglio ci dovrò andare da sola, perché il maritino è allergico ai posti dove la temperatura scende sotto i trenta gradi. Mi fa piacere però sapere che gli irlandesi hanno smesso di mangiare bambini 🙂
      (Quanto ai regali, quest’anno abbiamo una seconda elementare, una quinta e una terza media – tutti superati alla grande 😉 )

  3. bianconerogrigio ha detto:

    Le suore all’asilo (in Svizzera perché là ho frequentato asilo e primi anni delle elementari) mi mettevano nastro adesivo sulla bocca (mi piaceva discutere già a tre anni). Vero, le code non c’erano, a tre anni giravo una città di ventimila abitanti da solo con una targhetta al collo con nome, cognome e indirizzo e se ti perdevi fermavi un tizio che leggeva la targhetta e ti faceva tornare a casa. All’asilo andavo con gli sci e a pranzo i padri ci trainavano a casa attaccati ai paraurti delle auto. Alle elementari il comune organizzava lavori scolarmente utili (nel senso che gli scolari se volevano i libri aggratis dovevano farli i lavori) come tagliare l’erba o dipingere staccionate. Poi, un bel giorno, mio padre non è più riuscito (come l’azienda gli chiedeva) a sfruttare gli immigrati italiani, allora numerosi, e siamo tornati nell’italico suolo. E i guai che ho passato, grazie alla mia formazione svizzera, meglio non raccontarli … 🙂

    • ellegio ha detto:

      Un bel ritratto della civilissima Svizzera, non c’è che dire…(Io ai miei la targhetta col nome e l’indirizzo gliela mettevo, però).

  4. pensierini ha detto:

    Tutti dieci! Fantastico, il piccolino! Sarò schematica sul resto:
    1) un Paese dove c’è il Family Ticket è la Germania, molto attenta a tutto quello che riguarda l’infanzia (e la relativa sicurezza, ma questo è un altro discorso).
    2) anche a casa nostra, niente regali per le pagelle o diplomi, esclusa la laurea.

    • ellegio ha detto:

      Eh, il piccolino ha finito la seconda elementare, se non prende i suoi dieci adesso quando li prende più? Anche la mediana, comunque, ha preso tutti dieci 🙂

  5. nemmeno qui regali… sarà che son cresciuta con una nonna che, se prendevo un bel voto, mi diceva che era tutto merito della mamma e del papà…

  6. melchisedec ha detto:

    A parte la laurea, nessun regalo. Che “bimbessitudine” adorabile!

  7. Mammamsterdam ha detto:

    In Olanda lo sconto c’ è per i pupi. Ma pensavo lo sapessi 🙂

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