Mio cuggino

Fino a qualche anno fa c’era il barbiere dei bambini. Ecco, lo so che i bambini di solito non hanno la barba, però insomma così lo chiamavamo noi, e aveva una sedia col cavalluccio sulla quale faceva arrampicare i nanuzzi, e poi , zac, li rapava.
Durante la settimana era quasi sempre sfaccendato, poi il sabato c’era la fila.
A un certo punto ha chiuso, e il locale è diventato una frutteria (vendono anche le zucchine, latte, birra e biscotti) gestita da indiani. Che mica lo so se sono indiani, poi, non credo proprio, ma qui per noi ci sono cinesi, indiani e filippini, che sono grandi scatole che riempiamo solo in base al colore. Il negozio ora è sempre aperto, giorno e notte, domenica, Natale, Capodanno, Ferragosto.
– Gli indiani si fanno un gran culo. Lavorano ventiquattr’ore al giorno.
– Ah, no. Gli indiani fanno finta di lavorare, in realtà stanno lì a non far nulla. I romani invece sì che lavorano. Guarda il panettiere che si sveglia alle cinque.
– Ma dai. Alle otto è già al bar a cazzeggiare. Poi porta il cane a spasso. Poi torna a casa a pranzo. E se ne va in vacanza un mese intero l’estate.
– Ma se uno sta davanti al forno tre ore produce molto più di uno che sposta le cassette di patate due volte al giorno. E poi che vita è lavorare tutta la vita?
– E che lavoro è chiacchierare con tutti i clienti?

Quand’ero ggiovane e mi toccava parlare coi ggiovani in giro per il mondo, mi capitava sempre qualcuno che
– Di dove sei?
– Di Roma.
– Ah. La conosci Giulia?
– Giulia chi?
– Il cognome non lo so. Una ragazza coi capelli neri, corti. E le lentiggini. E’ di Roma.
– Sai, Roma è un po’ grande.
– Ma tu sei sicura che sei proprio di Roma? Roma Roma?
Ora che non sono più ggiovane, ogni tanto mi capita ancora. Anche con qualche adulto.

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in iononsocomebloggo e contrassegnata con . Contrassegna il permalink.

18 risposte a Mio cuggino

  1. Anonimo SQ ha detto:

    Dai, hai visto anche il post di Galatea coi commenti di Gigi ?

    Anonimo SQ

  2. ellegio ha detto:

    Mio padre è friuliano, mia nonna era veneta. Mia cognata è giapponese doc, mio fratello vive in Giappone da quattordici anni. Potrei dire che ha ragione Gigi, me l’ha detto mio cuggino 🙂
    Ma è un modo tutto sbagliato e tutto italiano di discutere, imho. Non credi?
    Quello che mi dispiace è che non porta da nessuna parte. E impedisce anche di capire cos’è questo manifesto delle generazioni perdute, e perché uno dovrebbe aderire.
    A parte che, avendo più di quarant’anni, nessuno mi ha invitato a farlo, e questa mi sembra una pecca grave.

    • Anonimo SQ ha detto:

      Non so bene cosa sia giusto e cosa sia sbagliato, in un dibattito. Intanto trovo importante parlare. Oppure aspettiamo e poi facciamo una bella guerra civile ?
      Qualche anno fa un tizio scrisse una frase tipo “fatti non foste per viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”. Ecco, a me quelli che ragionano come il Gigi di Galatea sembrano proprio i bruti dell’ “orazion picciola” di Ulisse. E tra l’altro sono gli utili idioti di chi, al vertice della piramide socio-economica è l’unico a godere di un mondo di schiavi che dovrebbero pensare solo a lavorare.
      Dimmi, LGO, a volte ho dei dubbi :
      1. Che io sia un veteromarxista se penso che il lavoro non è tutto ?
      2. Che quelli che vivono solo per il lavoro “alla Gigi”, in fondo, non riproducendosi si autoestigueranno in un paio di generazioni ? E com’è allora che i cinesi sono così tanti ?

      Anonimo SQ

      • ornella ha detto:

        Scusa , ma non capisco di quale Galatea e Giggi state parlando . In attesa di eventuali chiarimenti vorrei dire la mia sui negozi gestiti da stranieri, che pure qua stanno proliferando. Anche vicino a casa di mia mamma c’è un negozio di frutta gestito da indiani, peccato che la merce esposta sia quasi sempre “out of date” , per essere raffinati e non dire di più. Peccato che io li abbia visti scaricare dal furgone le reti di fagiolini, patate e cipolle direttamente sul marciapiede. La nostra è una piccola città e quindi non possono tenere aperto anche di notte.
        A Roma, dietro Largo Preneste ho comperato dei kiwi in un negozio gestito da indiani. Per raccogliere la frutta mi hanno fornito una scatola di plastica lurida, che io mi sono ben guardata da usare. Fatica inutile, perché quando glieli ho portati in mano, prima di pesarli li hanno comunque sbatacchiati dentro la scatola di plastica: probabilmente volevano far capire a una stupidotta di donna come andava usato il recipiente igienico. Io continuo a pensare che prima di aprire un negozio di alimentari si dovrebbero conoscere tre o quattro semplici regolette igieniche e dimostrare di saperle seguire. Non ditemi che magari gli italiani fanno di peggio, lo so. Però se dico che dal fruttivendolo Gaspare non ci vado più perché non è pulito nessuno mi dice che sono un po’ razzista….

        • ornella ha detto:

          Trovata Galatea e trovato il commento di Gigi. Non ho letto gli altri ché sono una marea e a me questi infiniti dibattiti stremano non poco. L’opinione del Gigi è molto diffusa, a mio parere. Fa parte di un modo abbastanza superficiale di vedere le cose. Se il nocciolo della questione è il lavorare più ore o meno ore al giorno, vogliamo inserire nel dibattito anche il tema della “qualità” dell’opera e quindi del prodotto? Penso che sia un dato essenziale. Che poi in certi paesi i dipendenti vengano trattati come schiavi e che a molti imprenditori piacerebbe poterlo fare anche in Italia, non ci piove. Ma se provate a uscire un po’ dal mondo della Scuola o dell’Università vedrete che “La Cina è vicina” non è più soltanto il titolo di un film. E non parlo degli operai alla catena di montaggio.

        • ellegio ha detto:

          Anche questi non è che brillino. Ma una frequentatrice del mercato rionale come me non vede molte differenze. In compenso l’ospedale qui vicino è pieno di suore infermiere del Kerala (queste sì che sono indiane davvero).
          Ah. C’è qualcuno al mondo che pensa che noi italiani siamo dei veri maiali, e a guardare le nostre strade piene di cacche non saprei come ribattere. Eppure solo noi abbiamo il bidet 🙂

      • ellegio ha detto:

        Io Gigi mica lo conosco, non so se vive solo per il lavoro oppure voleva solo dire la sua 🙂 Se ci sono retroscena non li conosco, vista da fuori mi sembrava una discussione sterile, tutto qui. Per quello che vedo io (che è poco, superpochissimo) ci sono posti al mondo in cui la cultura del lavoro è radicalmente diversa dalla nostra. Se ne vogliamo discutere però abbiamo bisogno di un quadro di riferimento, e di dati, altrimenti torniamo ai miei indiani sotto casa, che non sono indiani, e ai veneti che non sono come i napoletani.
        E veteromarxista non è detto che non sia un complimento.

  3. Gianc. ha detto:

    “cercare un ago in un pagliaio” si traduce dalle mie parti con “va’ a cerca’ Maria pe’ Roma”…

  4. bianconerogrigio ha detto:

    Intanto bentornata. 🙂 Poi … in molti dei luoghi dove sono stato non mi capitava spesso (a quei tempi) d’incontrare italiani. Certo che sentire uno dei rari viaggiatori nostrani lamentarsi sotto una yurta nella steppa mongola perché, non c’erano gli spaghetti nel menù mi ha fatto un po’ vergognare con i compagni di viaggio stranieri.

  5. LaVostraProf ha detto:

    Ah, che bello, quando sentivo la Palombbelli che salutava la sua amica Robberta che faceva la reggista…
    Senti, conosci mica l’Alessandro? Sta a Roma. C’ha i capelli neri, la pancia e un filo di barba. Sì, sta a Roma. Salutamelo, quando lo vedi.

    • ellegio ha detto:

      Com’è che non mi dispiace aver perso questa storia della Palombelli?
      Te lo saluto, l’Alessandro, te lo saluto. E’ ingrigito parecchio, però…

  6. 'povna ha detto:

    A me capitava con MIlano, quando ero ragazzina, hai voglia a spiegare che era grandotta, la città…

    Diverso è invece il fenomeno che ricordava la Prof., il Palombellissimo romano di ritorno, tutti per nome e su grandi terrazze, a Roma Nord. Ma questa è (per me, adesso) un’altra storia.

    Abbracci ancora.

I commenti sono chiusi.