Homework, a case study

Alla fine, uno dei problemi maggiori della scuola italiana è che non sai mai come andrà a finire.
Voglio dire, la differenza vera la fanno le singole persone (i prof), moltissimo, e lì o ti va di culo oppure non c’è niente da fare. Certo, molto dipende anche, senza arrivare su su fino al ministro (ché pure quello, ahimè, conta) molto dipende anche dal Dirigente Scolastico – e se la sorte ti riserva una signora che scodinzola con i piccoli politici locali, e si presenta ai concerti di fine d’anno in calze a rete, spacco ascellare e tacco 18, eh, be’, anche questo un pochettino conta. Ma un bravo professore ti salverà nonostante tutto.
Ecco: se ti capita. Se sei al posto giusto nel momento giusto, perché già se sei nella classe accanto c’è poco da fare.
Ma non volevo dire questo. Volevo dire la mia sui compiti a casa.
Perché se coi figli per due volte ti va bene ma la terza il destino si mette contro, uno può almeno cercare di far tesoro della lezione e cercare di evitare gli errori, o almeno metterci una pezza.
Quindi, sulla scorta delle osservazioni condotte sui tre minorenni domestici, sono arrivata a formulare il mio personalissimo decalogo in cinque punti.

  1. Quello che si chiama lavoro autonomo, o individuale, è fondamentale. Anche il ragazzino più bravo e maturo e serio deve avere la possibilità di confrontarsi da solo con un compito. Non è solo questione di verificare se uno *sa* oppure se *ha capito* o *sa fare*. E’ proprio una fase essenziale della crescita: imparare ad essere responsabili, gestire i tempi, testare i limiti.
  2. Da solo vuol dire da solo, non accanto a un adulto diverso da quello che c’è a scuola. L’adulto diverso può essere impegnato solo a ricordare, con toni via via sempre più accesi, che è arrivato il momento di sbaraccare l’astronave lego ultimo modello e aprire il libro, ma poi basta.
  3. Certo, il punto 2 ha senso solo se il povero cristo ha chiaro quello che si vuole da lui. Questo vuol dire che gli si deve spiegare cosa deve fare, qual è il punto di partenza,  diciamo A, dove deve arrivare, diciamo B. E il povero cristo deve avere gli strumenti per andare da A a B da solo.
  4. Gli studenti di tutte le età hanno giornate di 24 ore come tutti i cristiani. Durante queste giornate devono avere il tempo per dormire, mangiare, fare la pipì, e anche leggere topolino, cazzeggiare su facebook, o giocare a battaglia navale. Cosa fanno nel tempo libero sono fatti loro (e anche dei loro genitori, ovvio), non della scuola.
  5. Se gli studenti non studiano, non servirà a nulla caricarli vieppiù di compiti. Si otterrà il solo risultato di far schiattare quelli che i compiti li fanno sempre, senza convincere quelli che non li fanno che farli è cosa buona e giusta.

Se non fosse chiaro abbastanza.
Il carico di compiti settimanale deve essere ragionevole. Questo vuol dire che uno deve pretendere che i compiti siano fatti, ma essere anche disposto a dare un’occhiata a quello che fanno i suoi colleghi prof in modo da evitare che ci siano giornate impossibili.
I compiti devono essere ragionevoli. Uno che non sa che cazzo fare, e quindi pensa di cavarsela assegnando, una di seguito all’altra – una ricerca su democrazia e dittatura, una ricerca sulla comunità europea, una ricerca sulla giornata della memoria, una ricerca sulla guerra dei trent’anni, una ricerca sulla rivoluzione scientifica, una ricerca sulla peste e una ricerca sul protestantesimo, uno così che gli devi fare?

E ovviamente, la premessa di tutto questo discorso è che un professore in classe ci deve stare, e starci facendo il suo lavoro. Possibilmente in modo dignitoso.

(Poi, ecco, se nella prossima vita potessi  evitare di usare i figli come cavie, sarebbe meglio)

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Uncategorized e contrassegnata con , . Contrassegna il permalink.

24 risposte a Homework, a case study

  1. Anonimo SQ ha detto:

    Cara LGO, concordo su tutta la linea !
    Una volta feci un conto che, vista la velocità (relativamente bassa, probabilmente) di esecuzione dei compiti a casa per le vacanze di Natale (esercizi e capitoli da studiare, spesso perché non finiti o non fatti rispetto ai programmi degli insegnanti), tolti natale/S. Stefano/ una domenica/S.Silvestro/Capodanno, si dove far compiti e studiare per almeno 4/6 ore/die. I figli dicevano : ma allora che vacanze sono ?
    La migliore ieri: “prof, ha corretto il compito di fisica ? No, ero in vacanza, no ? Allora prof, perché noi i compiti li abbiamo dovuti fare ? Per noi non erano vacanze ?”.
    La cosa poi è tragica nelle facoltà (oops, dipartimenti) universitari. In un corso di laurea come il mio, è facile che il “semestre” si risolva in tre mesi. Poichè i 60 crediti/anno son stati fissati secondo il “processo di Bologna” equivalenti a 25 ore/credito, vorrebbe dire ca 1500 ore/anno di lavoro-studio, come un lavoratore. Come si fa a far quadrare i ritmi di studio, se a ogni ora di lezione (il rapporto canonico sarebbe 8 ore/credito, in realtà il ns rettore ci ha imposto praticamente almeno il 25% in meno) necessita di + di due ore abbondanti, e le ore di permanenza in università tra lezioni e laboratori facilmente arrivano alle 36 settimanali su 5 gg, e le sessioni d’esame non comprendono giugno, luglio ed agosto, ma solo maggio,10 gg a settembre e gennaio, e gli appelli sono solo 4 all’anno, due al termine del semestre della materia ed uno nelle finestre successive, dicevo, come combacia tutto questo con la possibilità pratica di laurearsi in corso ?
    A voi la sentenza.

    Anonimo SQ

  2. Anonimo SQ ha detto:

    PS : scusate, a furia di tagliare ho tagliato anche un pensiero : al posto di “se a ogni ora di lezione …necessita di + di due ore abbondanti,”,
    sostituite
    “se ogni ora di lezione…necessita di + di due ore abbondanti di studio autonomo,”

    Anonimo SQ

  3. 'povna ha detto:

    LGO, concordissimo sul punto del fare da soli come elemento importantissimo. E anche su tutto il resto, va da sé! Meno sulla calza a rete, perché non è quello il punto. Il punto è essere un bravo dirigente. E, esattamente come pretendo di non essere giudicata per le mie calze a righe e scarpe tonde, cerco di non giudicare sulla calza a rete.

    @AnonimoSQ: detto da una che in vacanza non si porta MAI un compito da correggere e che – fatta salva la settimana in cui commemora l’amico morto (quando li riporta dopo giorni 6), riporta TUTTI i compiti (al pagellino: 6 scritti di italiano e 3 di storia, più le 2 interrogazioni e le domandine) la volta successiva a quella dello svolgimento, beh, mi dispiace, ma no. Tra i compiti di uno studente in vacanza e la non correzione di un insegnante in vacanza (posto che la risposta della prof. è stata sciocca) c’è un abisso. Quello che separa ciò che ha detto LGO a proposito degli studenti da quello serve per essere prof. (banalmente: riposare a volte per essere pronti e scattanti a interagire a più livelli e soprattutto educativo il resto dell’anno).

  4. ornella ha detto:

    Be’ pure io concordo con LGO su tutta la linea, naturalmente .
    Ma vorrei distinguere tra compiti assegnati a casa durante la settimana, che poi naturalmente vanno riveduti e corretti in classe, per verificare chi li ha eseguiti a chi no, chi ha sbagliato e perché… In questo caso i compiti a casa sono strettamente connessi e completano, direi, il lavoro dell’insegnante a scuola. Altro discorso per i compiti assegnati per i periodi di vacanza, lunghi o brevi che siano. Cara Povna, credo che anche gli studenti, qualche volta, abbiano diritto di riposare, per “essere pronti e scattanti a interagire a più livelli” al loro rientro a scuola. Soprattutto quando, come nel caso delle vacanze pasquali e natalizie , si sa come va a finire: tra giorni rossi e domeniche, pranzi con parenti e impegni religiosi (per chi ci crede , naturalmente) i giorni feriali si riducono di un bel po’. Se vacanza deve essere, lo sia per tutti !!!

  5. Simo ha detto:

    Per quello che vale, sono d’accordo al 100% con LGO.
    Mio figlio è solo in prima elementare ma io vedo i fratelli più grandi dei suoi amici (dalla terza elementare in poi) che spesso sono “sommersi” di compiti e, cosa ancora più assurda, quasi sempre per svolgere i compiti sono affiancati continuamente da un genitore/fratello/sorella maggiore.
    Nel mio caso, Edoardo ha un ritardo di linguaggio e, specie in italiano, ha bisogno di un supporto “aggiuntivo” per riuscire a svolgere i compiti.
    Per matematica invece lo lascio fare da solo. In caso non riesca a capire o a procedere allora lo aiuto spiegandogli bene (spero…) cosa deve fare e cercando a volte un modo più comprensibile per lui. Sto usando l’abaco e i regoli numerici per i concetti di decine e centinaia (in questo modo gli rimangono più impressi e non deve disegnare decine di palline….;-))) – si diverte e impara (un po’ come con le figurine e i numeri a 3 cifre;-)
    Certo è che le difficoltà alle superiori sono ben altre:-)))

    Simona

    • ellegio ha detto:

      Credevo che l’uso dell’abaco e dei regoli fosse di routine. Le mie grandi li hanno usati, il piccolo li usa ora. Ma le figurine sono state più efficaci, in effetti 🙂

  6. 'povna ha detto:

    Ornella, io compiti per le vacanze di natale e pasqua ne do come se ci vedessimo la volta dopo in modo normale, niente di meno, niente di più. E, lo ripeto, correggo tutto entro la volta successiva alla quale è stato fatto. Quindi non penso che si debba esagerare. Detto questo, ci sono secondo me tre cose. La prima è che, esattamente come anche io nelle vacanze lunghe faccio in modo (ed essendo adulta e funzionario pubblico me lo dico da sola) di non andare fuori allenamento (e dunque non riposo e basta – e non esito a dire che se riposassi e basta farei molto male il mio dovere), credo che fuori allenamento non ci debbano andare nemmeno i ragazzi, solo che, per definizione, a ricordare loro di non andare fuori allenamento ci devo pensare io. (Quindi, per semplificare: sì letture, poche ma ben fatte, d’estate, no ai compiti apposta per pasqua, tanto per dire). La seconda è che dipende dagli studenti: se uno studente ha fatto tutto ciò che doveva durante le settimane di scuola, non avrà bisogno di esercitarsi in vacanza. Dunque, buone vacanze e tanti saluti. Se invece non ha fatto una beata minchia, ringrazi che ci sono le vacanze per studiare, fare compiti in più e sperare di recuperare. Io do sempre i compiti differenziati. Nel caso, anche uno per uno. 3) In ogni caso il concetto di vacanza di un lavoratore e quello di vacanza per uno studente (diritto/dovere costituzionale) non può essere posto, io credo, sullo stesso piano. E non sto dicendo che uno sia superiore. Semplicemente, sono diversi. Egualmente importanti ma diversi. E come tali credo vadano trattati.

  7. il Benza ha detto:

    Ma, ultimamente leggo spesso cose sui compiti a casa che sarebbero troppi e troppo pesanti e questo e quell’altro. Però non ho figli cioè non posso toccare con mano. Perciò la domanda è: ma a voi docenti “di vent’anni dopo” pare che la mole di lavoro a casa rispetto ai nostri tempi sia maggiore o minore o eguale? No perché io ricordo certi pomeriggini, quando ero al liceo. Con tre verifiche nella stessa mattinata o due verifiche più quella di lettere che interrogava sempre ed essere stati interrogati la volta prima non garantiva nulla perché ti sarebbe potuta toccare di nuovo, eccetera. Delle medie a dire il vero ricordo pochino. Ma pure la maestra Rita (parentesi: l’ho incontrata oggi pomeriggio al parco!) delle elementari ci faceva sbattere parecchio. Insomma. E’ che certe volte ho come l’impressione che tra una polemica e l’altra si stia crescendo una generazione di individui un pochino molli.

  8. ellegio ha detto:

    Benza, io ce l’ho coi compiti dati a cavolo. Con i compiti che vengono assegnati senza dare neanche un’occhiata per capire di che roba si tratta, con le ricerche sui massimi sistemi, con tutto quello che poi in classe non viene corretto/rivisto/controllato/discusso. E che quindi in buona percentuale è perfettamente inutile.
    Poi, che dire? Fino alle medie il pomeriggio non facevo esattamente nulla: si mangiava e si cazzeggiava tutto il pomeriggio. E fino ai primi anni di università ho studiato molto poco. Ero una di quei fortunati che andavano bene senza fare troppi sforzi. Di tutto il liceo mi ricordo di aver studiato, nell’ordine: per una interrogazione di filosofia, per una sulle stelle (una mattina al parco che non ero entrata a scuola apposta), per quella di storia la notte prima dell’esame di maturità. Poi magari mi facevo tutti gli integrali del libro, per scoprire se ce n’era uno che non mi veniva, ma era una roba tra me e il libro, appunto.
    Mia figlia si fa un culo così, ma è schizofrenico e secondo me non serve. Non serve fare venti pagine di storia, e poi nulla per due settimane, e poi altre venti, e in mezzo metterci la lettura obbligatoria della prima cazzata presa dalla biblioteca scolastica, e la ricerca sui massimi sistemi, e poi venti pagine di geografia: tutto alla come viene viene.
    E se sta crescendo una generazione di mollacchioni, mi verrebbe da dire che la responsabilità è innanzitutto dei loro genitori.

    • lanoisette ha detto:

      cara, però io ribadisco: secondo me dovreste andare a parlare col DS di questo benedetto insegnante di lettere…

      • ellegio ha detto:

        Eh, ma il DS, appunto, è ancora peggio.

        • 'povna ha detto:

          Però nessun DS è insensibile alla paura dei genitori… Provare forse vale la pena…

          (ps. la storia degli integrali del libro la capisco, eccome: ho finito, al liceo classico, due libri in più rispetto ai nostri per farmi cose per il mio puro piacere!)

          • ellegio ha detto:

            Infatti pesa anche il fatto che gli altri genitori da questo orecchio non ci sentono. Ci sono classi fatte così, e questa è nata male.
            Poi, se dobbiamo aprire il capitolo di quello che i genitori vogliono dalla scuola, io mi rimetto subito nella fila dei prof, perché non ne posso più. (Del resto, mi dico sempre, se siamo il paese che siamo un motivo ci sarà)

  9. ellegio ha detto:

    ‘povna, la tipa lì si presenta con spacchi vertiginosi e giarrettiere in vista, altroché. E quindi anche quello diventa un punto, perché non ha neanche la sensibilità di capire in che contesto si sta muovendo. Non è un bravo dirigente, e su questo non c’è dubbio, ma anche se lo fosse c’è tanto che passa per il codice di comportamento (e anche il modo di vestirsi ne fa parte) in un contesto come può essere quello scolastico, che non si salverebbe neanche se fosse la preside più capace del centro Italia.

  10. Anonimo SQ ha detto:

    Io oggi e nei giorni scorsi ho fatto esami, alla spicciolata, ai ragazzi del primo anno. Corso fondamentale (Chimica Generale).
    Ogni volta resto sconcertato. C’è una percentuale (diciamo 20%) di studenti bravi, fanno un buono scritto e da all’orale si destreggiano, a volte anche splendidamente (30 e 30 e lode non li neghiamo). Poi c’è uno speculare 20 % che allo scritto o va in bianco, o scrive farneticazioni varie. Insomma non arriva neanche a 10 punti su trenta (distribuiti in 5 esercizi): E va bene.
    Il mio problema sono il 60 % in mezzo, che in almeno metà dei casi giura e spergiura di avere studiato un sacco, mesi e mesi, poi non spiccica parola o al massimo frasi sconnesse da ogni logica. Gente che esce da licei (anche classici !!!), ma anche da istituti tecnici chimico-biologici.
    a volte penso che non sappiano proprio esprimersi, o che siano talmente disabituati alle interrogazioni orali da non sapere organizzare un discorso perché presi da un panico totale, anche se magari scrivono le formule alla lavagna.
    Per favore, li fate parlare ed interrogate ‘sti ragazzi, che si abituino un poco ?

    Anonimo SQ

  11. 'povna ha detto:

    LGO, ovviamente se viene a scuola con le giarrettiere in vista non va bene (altra cosa è andarci al concerto di fine anno, e le calze a rete e il tacco 18 in sé e per sé potrebbero essere codice di comportamento, come anche no, dipende da dettagli)! Però, nonostante tutto, io credo che – se fosse la preside più capace del centro Italia (e guarda che se mi dici che non è ti credo, eccome!) – si salverebbe, cavolo se sì. Perché il codice di abbigliamento è cosa così relativa che quando lo giudichiamo in fondo stiamo andando contro la nostra idea (che penso tu condivida, come dicevamo altre volte secondo me condividiamo molto!) che non si debba essere giudicati su quello. Ma ovviamente così il mio discorso si fa generale, e la tua preside la conosci tu.
    Ma invece, quoto Noise: per questo prof. non si può fare nulla? Anche secondo me è tempo di andare dal preside a parlare!

    @AnonimoSQ: noi li facciamo parlare, e tanto! Poi è chiaro che i Merry Men, che sono pochini pochini, imparano a parlare meglio dei Pesci, che sono tremilaseicentoventisette, chissà perché…

  12. ellegio ha detto:

    Anonimo SQ.
    Ho una seconda liceo di ventisei anime, l’anno scorso erano di più ma qualcuno si è perso per strada. Dovrei insegnare loro un po’ di fisica: i capoccioni del ministero dicono
    – dinamica
    – termologia
    – ottica
    Dovrei insegnar loro a fare i conti, risolvere problemi, leggere e capire, cercare informazioni in giro valutandone l’affidabilità.
    Dovrei portarli in laboratorio, insegnar loro a prendere le misure, a scrivere le relazioni, a fare i grafici a mano e poi con un foglio di calcolo. Fare almeno cinque scritti e cinque orali l’anno, è previsto che la valutazione sia sia scritta che orale. Dulcis in fundo, fare quindici ore di recupero in itinere, perché soldi per i corsi il ministero non ne caccia, ma l’obbligo è rimasto.
    Ecco: lo sai finora quante ore ho fatto? Quarantasei. Fino a giugno, se tutto va bene, ne farò cinquantacinque.
    E non ho fatto mai neanche un giorno di assenza, ovviamente.
    E faccio a casa tutto quello che posso, compreso tenere aperta la casella di posta e la chat sul sito per restare in ascolto quanto più tempo posso.
    Se hai suggerimenti io sono qua, quasi alla canna del gas.
    (Ah, ovviamente ho anche molte altre classi, era solo per dire)

  13. ornella ha detto:

    A questo punto ( mi riferisco all’ultimo commento di LGO e al numero di ore che si trova a disposizione) credo ci sia qualcosa che non va nei programmi. Troppe cose da fare e troppo poco tempo per farle… A cominciare dalle elementari (oops… primarie).
    Ho vissuto nel mio piccolo questa sensazione di essere continuamente di corsa negli ultimi anni di insegnamento, quando rimpiangevo quelle belle mattinate intere di quattro ore che potevo riempire a mio piacimento. Quando ero maestra unica, per capirci, e l’orario era tutti i giorni , sabato compreso, di sole quattro ore. Allora avevo il tempo per il vituperato tema, e potevo permettermi di spiegare a ciascun bimbo in difficoltà come scrivere quel pensiero che mi aveva espresso a voce, magari in dialetto, e così , pianino pianino imparavano. Magari non diventavano Manzoni, ma vivevano con serenità questo momento , si comunicava , e si imparava a conoscersi. Con la bella riforma dei tre insegnanti su due classi, (per non parlare del tempo pieno ) quando mi ritrovavo due ore striminzite per fargli comporre un “testo descrittivo” del quale non gli fregava assolutamente nulla, perché le descrizioni , come ben sappiamo, per i bambini sono noiose, ero fortunata. E malgrado le bellissime programmazioni straripanti di obiettivi , temo che per tutti oramai l’italiano sia diventato una materia ostica, noiosa e incomprensibile.

  14. Anonimo SQ ha detto:

    Non credere che da noi sia tanto meglio.
    Tra riduzioni di orario (il Rettorissimo impone, che so, un corso fondamentale di statistica in 30 *diconsi 30* ore di 45′ l’una, quello di fisica generale in 48 dopo inenarrabili lotte etc), calendario rattrappito ed orari assurdi (tipo finire le lezioni alle 13.45 ed entrare in laboratorio alle 14 fino alle 18.15), la qualità dell’apprendimento e quella dell’insegnamento stanno andando a farsi fottere.
    Per dire : al mio primo anno, da marzo a maggio andavo in laboratorio tre pomeriggi a settimana, dalle 14.30 alle 18.30: avevo il tempo e il modo di fare tutto da me, fare e disfare finchè le cose riuscivano. E imparavamo.
    Oggi, i miei studenti li devo portare per 32 ore “ufficiali”, ovvero 24 effettive, ovvero 6 (diconsi 6) pomeriggi per completare il corso. Cosa vuoi che imparino ? Cosa vuoi che gli resti ? Hanno gennaio per fare gli esami, gli orari scombinati per cui fanno 2 ore al mattino presto, 4 ore di buco (ma non ci sono aule di studio sufficienti), poi magari un complementare al pomeriggio dalle 14. alle 16.15. Oppure giorni dalle 8.45 alle 18.15, e altri con due ore dalle 16.30 alle 18.15.
    Pagheremo caro, pagheremo tutto e tutti l’imbecillità dei nostri dirigenti, dai Rettori ai Ministri. A noi, che siamo sulla linea del fronte, non ci ascolta nessuno.

    Anonimo SQ

  15. ellegio ha detto:

    Non pagheremo neanche noi, che avremo solo una vecchiaia infelice. Pagheranno loro, i figli, che non l’hanno neanche chiesto.

    • Anonimo SQ ha detto:

      Pagheremo ben anche noi, cara LGO ! Perchè i ns figli li dovremo mantenere fino ai 30 anni ed oltre, non avremo una vecchiaia, semplicemente. Dovremo fare i badanti ai ns genitori vecchi, perchè non ci saranno risorse per l’assistenza ( già da tempo lo facciamo) e da tutori dei figli, impossibilitati a mantenersi con un lavoro che non avranno mai ben imparato e perciò stenteranno a trovare.
      Pagheranno anche loro, convinti che alla fine, la maniera di gabbare i professori imparata a scuola la potranno sempre applicare nel resto delle situazioni, finchè si troveranno col cul per terra, in mezzo ad una strada, e diranno :”tu, genitore, DOVEVI costringermi a fare questo ed a fare quello…! Tu, STATO, dovevi costringermi…! Tu, SCUOLA, dovevi costringermi… !” Ma avranno 35 anni, e la vita tutta in salita.

      Anonimo SQ

  16. ornella ha detto:

    Già, hai proprio ragione Lgo! Mi verrebbe da dire vergogna e anatema !! Ma nel pensiero le parole sono molto più forti e la rabbia è molto , molto grande….

  17. ornella ha detto:

    Insomma, chissà se vi sollevo un po’ il morale.
    Fatto sta che stanotte mi sono sognata un Collegio Docenti con una dirigente con i tacchi a spillo, che faceva discorsi vaneggevoli e ci ascoltava musica rock, e io che chiedevo : “Scusi, ma non dovrebbe esserci un ordine del giorno da seguire”?
    Mi sa che siamo stressati oltre misura. Voi di più, io partecipo a livello teorico , oramai, ma continuo ad arrabbiarmi ( vedi sopra) .

    @povna: Quando dici che li fate parlare ti riferisci a discussioni e conversazioni collettive o a interrogazioni , tipo quelle che toccavano a noi, in due ai lati della cattedra, con il testo di latino in mano da tradurre? Perché sono due situazioni molto diverse…

    • 'povna ha detto:

      Ornella: le discussioni – in una materia come la mia – sono sicuramente necessarie (e spesso un’utile palestra per poi preparare gli schemi scritti in vista delle esercitazioni di scrittura argomentative), ma ovviamente, visto quello che aveva detto Anonimo SQ, mi riferivo alle interrogazioni (con l’unica differenza che io metto i due interrogati da un solo lato della cattedra, ché se no mi viene il torcicollo, e non traduciamo latino!). Proprio per questo tra essere pochini e essere tremilaseicentovetisei la differenza si vede (di solito in prima riesco a fare, quando sono così tanti, al massimo due giri a quadrimestre, un totale di quattro volte interrogati). In seconda non li contiamo nemmeno, i giri, da tanti che sono).
      Carino il sogno!

I commenti sono chiusi.